Società & Politica

LE PERIFERIE DELLA MODERNITA’

Si parla, certo, di periferie. Spesso con inconsapevole leggerezza, quando ci si riferisce alle estreme propaggini della città connotandole semplicemente come luogo di degrado fisico e sociale e come inevitabile conseguenza di uno sviluppo incontrollato del territorio. Si traccia una linea di demarcazione fra centro e periferia, fra un contesto urbano definito e aree confinanti fortemente edificate per rispondere ad esigenze prevalentemente di tipo residenziale. Ci si dimentica che la complessità dei problemi dovuti a una concentrazione accelerata e consistente di popolazione nelle zone di grande sviluppo ha generato squilibri inevitabili, non risanati nel tempo, anzi aggravati dall’irrompere di flussi migratori della storia recente. La periferia diventa quindi il luogo delle contraddizioni, al di là di una semplice individuazione topografica, assume un significato più ampio che va indagato con attenzione e che va associato a un fenomeno di emarginazione strettamente collegato.
Infatti, periferie e emarginazione talora corrispondono. Chi vuole essere prudente o riduttivo parla semplicemente di degrado, sapendo che al degrado si può rimediare, mentre con l’emarginazione i conti restano sempre aperti. Le periferie sono allo stesso tempo zone estreme delle città e zone estreme dei problemi sociali. Il degrado fisico, quello delle costruzioni, è risolvibile con interventi tecnici di ristrutturazione o di ricostruzione ed è quello a cui si ricorre, quando sono disponibili le risorse economiche, come soluzione prevalente se non esclusiva. Diversamente il degrado sociale, conseguenza dell’emarginazione, non è facilmente risolvibile, se non con iniziative delle varie assistenze sociali, che però sono al servizio di una burocrazia spesso impotente ad affrontare problemi così complessi.
La possibilità di risolvere i problemi che si affacciano alla modernità con la lucidità della ragione e senza condizionamenti ideologici, deve fare i conti con la presenza ingombrante di rifiuti storici e intellettuali che, come dice Jean Baudrillard, si aggiungono ai rifiuti industriali in un mondo contaminato dalla propria ragione di sopravvivenza.
Si può dire che la storia ripropone simboli del passato laddove l’intellighenzia è la sala degli specchi del potere. Così non vi è separazione fra conservazione e progresso, ma una identità sostanziale. Solo il cambiamento di prospettiva, come affermavano i situazionisti, permette il loro superamento, senza improbabili tentativi di sintesi.
In un mondo così complesso anche la natura può trasformarsi in una natura residuale, insignificante ma ingombrante. Territori occupati, ma abbandonati, edifici dismessi e fatiscenti, zone compromesse da una crescita incontrollata. Un panorama desolante che l’insediamento di sistemi urbani fortemente centralizzati e strutturati tende a dilatare ulteriormente creando altri territori marginalizzati e destinati alla formazione residuale di nuove periferie.
Ogni dibattito sull’edilizia popolare si nutre fondamentalmente di concezioni tardoromantiche e proto socialiste per assegnare, secondo una visione astratta e fabbricata in vitro, una casa dignitosa ai più bisognosi. L’insediamento è pensato in zone senza alcun interscambio con l’ambiente urbano circostante o in zone periferiche prive dei servizi essenziali. In realtà, la casa popolare è il terminale di problemi non risolti o risolti male all’origine e costituisce una forma di domicilio coatto e predisposto per semplificare il controllo sociale. Alle quote di migrazioni interne, dovute al raggiungimento del posto di lavoro da altri paesi, alle quote relative alle nuove povertà, sino alle quote dei migranti da terre lontane si aggiungono gruppi sociali radicali che reclamano il diritto alla casa in azioni di difesa e occupazione. La casa popolare è al centro di questi problemi, ma rischia di rimanerne lontana se non si dà corso ad un cambiamento di valutazione e di prospettiva.

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