Società & Politica

Futuri schieramenti politici

L’Europa sta vivendo oggi una fase di trasformazione dei suoi schemi politici. La situazione economica e sociale, che tutti conosciamo, sta causando la fine dei partiti politici fino a ieri predominanti con un conseguente rimescolamento delle carte.
Gli ultimi anni nel Vecchio Continente sono stati caratterizzati da politiche nazionali monopolizzate da una dialettica bipolare – centrodestra versus centrosinistra – tutta sotto il cappello (e il controllo) dell’establishment UE.
Il progressivo scollamento tra azione dell’Unione Europea e desiderata delle popolazioni europee ha tuttavia logorato elettoralmente sempre più i loro partiti-megafono a livello nazionale, mettendo in crisi l’efficacia del modello bipolare che sembrava ormai consolidato nei singoli Paesi. Una crisi di fronte alla quale l’establishment non è stato e non starà a guardare passivamente.
Le elezioni francesi hanno rappresentato il punto di svolta: con un Partito socialista al lumicino dopo il mandato di Hollande e con Le Repubblicains (rifondazione fallimentare dell’UMP) in cerca di un leader efficace che succedesse a Sarkozy, l’establishment ha dovuto correre ai ripari e, non essendoci molte speranze di vittoria per nessuna delle due forze tradizionali, hanno costruito ex-nihilo un partito e un leader che si posizionasse al centro. Così arrivò Macron e – fatto fuori dalla competizione il repubblicano Fillon – complice la legge elettorale francese a doppio turno, socialisti e repubblicani vennero dirottati a sostegno di En Marche consentendo la vittoria del giovane ex-funzionario della banca d’affari Rothschild. Lo scopo di questo progetto è fin troppo evidente: creare un grande contenitore al centro per arginare la Le Pen a destra e Melenchon a sinistra.
In Germania si faceva invece affidamento sulla storica solidità della figura della Merkel, la quale però è uscita dalla tornata elettorale fortemente indebolita e così l’establishment – a giochi elettorali ormai fatti – ha optato per la soluzione di necessità: obbligare centrodestra e centrosinistra a trattare fino allo strenuo; fino a quando non si sarebbero messi d’accordo. Cosa che a sei mesi di distanza è ancora in via di risoluzione. Poi è arrivata l’Italia. Dove Berlusconi e Renzi – i garanti UE nel Belpaese – sembravano aver messo a punto una legge elettorale perfetta per consentir loro di compiere (nuovamente) la grossekoalitionen nostrana. Ma il calo di consensi dei due partiti e soprattutto il boom di Lega e 5 Stelle hanno inaspettatamente scombussolato i loro piani.
Il centrodestra ora è vincente ma in mano a Salvini. Il centrosinistra ora è finito in secondo piano, spodestato dal movimento di Casaleggio. Quindi c’è un bipolarismo ma il problema è che a gestirlo sarebbero le due forze meno gradite dall’establishment. Motivo per cui né i Berlusconi né i Renzi potranno accettare di stare al gioco e di sottostare rispettivamente a Salvini e a Di Maio.
Ecco allora che nel centrodestra, mentre da una parte s’inizia a parlare di partito unico con Salvini leader, dall’altra Berlusconi tenta piroette per far finire la coalizione a governare con il Pd. Allo stesso tempo anche nel centrosinistra se, da una parte, Renzi sceglie la via dell’opposizione chiudendo a Di Maio, dall’altra invece un pezzo di Pd risponde che bisognerebbe dialogare con i grillini.
Alla fine il gioco dell’establishment UE pare ben delineato: Salvini leader del centrodestra ma che diventa destra perché un suo pezzo si staccherà per abbracciare il Pd; che, da parte sua, per abbracciare i “profughi moderati” si sposterà al centro così da creare una forza che stia lì nel mezzo a sperar di risultar egemone o perlomeno necessaria alla formazione di qualsivoglia governo; perdendo qualsiasi residua connotazione di Sinistra, la quale, piuttosto che morire democristiana (o peggio ininfluente), si attaccherà al carro dei 5 Stelle; al quale ormai non resterà altro spazio che il populismo radicale di sinistra.

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