Società & Politica

Caro Benjamin hai ancora ragione

Benjamin Constant (1767-1830), scrittore, politico e scienziato francese di origine svizzera, fu prolifico autore di saggi, trattati di diritto costituzionale e numerose altre opere. Le riflessioni che seguono non rendono certo merito alla sua imponente ed articolata opera ma nascono da una sua affermazione di sorprendente attualità: “eccessive imposte conducono alla negazione della giustizia”.
La dinamica dei rapporti fra Stato e Cittadino appassiona le menti dei pensatori degli ultimi secoli, dalla fine dell’assolutismo alla nascita dello Stato moderno e delle democrazie liberali.
L’argomento dell’eccessiva tassazione attiene alla più generale questione della “democrazia economica”, circa la quale molto si è scritto in passato ed in tempi più recenti. Infatti, Giustizia e Democrazia sono termini e concetti che – pur distinti nella declinazione pratica – possono essere in buona parte sovrapponibili nella loro accezione “filosofica”, riguardante i rapporti fra Stato e individuo. A proposito, il pensiero liberale classico può essere così riassunto: non può esistere democrazia politica se non in presenza di “democrazia economica”. Ciò non solo significa che la democrazia economica sia il presupposto di quella politica ma anche che non possa sussistere democrazia politica se i cittadini non siano posti in condizioni di competere in condizioni di partenza uguali, condizioni che è compito primario dello Stato creare, affinché poi siano il merito, la libera iniziativa, la dedizione al lavoro e la creatività dell’individuo i fattori determinanti del successo (o dell’insuccesso) economico di ogni consociato. Se tali presupposti non siano realizzati, non può darsi democrazia politica, posto che se fosse ammessa disparità di partenza e, dunque, fossero ammesse disuguaglianze e privilegi riservati a pochi, giocoforza non sarebbe in alcun modo attuabile né una libera competizione politica e neppure una democrazia autenticamente rappresentativa.
La premessa sopra articolata è funzionale all’analisi del tema proposto, perché appare evidente che la tassazione del reddito dei cittadini (e delle loro imprese) sia, nell’epoca contemporanea, il fenomeno di maggiore ingerenza dello Stato nella sfera dell’individuo, così come appare evidente che la questione si ponga solo in relazione allo Stato democratico (o presunto tale), poiché per lo Stato autoritario l’obiettivo non è quello della realizzazione della Giustizia (sociale), essendo le scelte di esso determinate dall’arbitrio dei governanti. La premessa svolta torna utile anche per delimitare il perimetro entro il quale lo Stato (democratico) deve impiegare le risorse derivanti dal gettito fiscale: come si è detto, il compito primario dello Stato è (dovrebbe essere) quello di creare condizioni di partenza uguali, affinché ogni cittadino possa tendere alla realizzazione delle proprie aspirazioni, in un contesto di leale ed effettiva libera concorrenza.
A proposito, Luigi Einaudi, nelle sue “Lezioni di politica sociale”, riflessioni scritte nel suo esilio in Svizzera nel 1944, ricorda come una sana solidarietà non solo non sia incompatibile con le leggi dell’economia di mercato ma sia funzionale proprio allo sviluppo di un autentico regime liberale. Infatti, secondo Einaudi, l’obiettivo strategico che si deve perseguire con un’efficace «legislazione sociale» è quello di «avvicinare, entro i limiti del possibile, i punti di partenza» delle persone, osservando «il principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita». Un minimo che non induca i singoli all’ozio, che «non sia un punto di arrivo ma di partenza; un’assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini».
Tradimento
Nella prospettiva della creazione di condizioni di partenza uguali, l’impiego delle risorse provenienti dalla tassazione di cittadini ed imprese non può subire distrazioni, soprattutto tale impiego non può essere destinato alla creazione del consenso politico, fenomeno che, sciaguratamente, possiamo osservare in numerose circostanze.
L’aumento esponenziale della tassazione nello Stato contemporaneo, infatti, è andato di pari passo con l’incremento della spesa sociale: essa è però stata spesso orientata alla creazione di consenso in favore del ceto politico dominante, che ha avuto come principale obiettivo (non dichiarato e tuttavia evidente) la perpetuazione del proprio status.
L’obiettivo della creazione di condizioni di partenza uguali è stato spesso tradito dalla classe politica, attraverso la proliferazione di assistenza, sussidio, privilegio, creazione di rendita di posizione, moltiplicazione di sovrastrutture amministrative, enti territoriali, enti pubblici non economici, tutti soggetti dotati di potere impositivo.
Il tradimento dell’obiettivo condizioni di partenza uguali ha, infine, trovato il suo epilogo nel conseguimento del risultato opposto rispetto all’obiettivo dichiarato: possiamo osservare che, sempre più frequentemente, lo Stato sociale – finanziato dalla (eccessiva) tassazione – ha prodotto discriminazione e disuguaglianza: la declamata libera iniziativa è, nei fatti, soffocata dalla pervasiva intrusione dell’apparato dello Stato nella vita degli individui.
Le sempre più stringenti attività di autorizzazione e controllo delle iniziative economiche hanno partorito il mostro burocratico. La burocrazia improduttiva drena risorse produttive e genera costi, dilata i tempi dell’azione degli individui, frustra l’iniziativa e determina corruzione, premiando – infine – non il merito ma il lassismo parassita.
È del tutto naturale che nessuno paghi entusiasticamente le tasse ma esiste un punto astratto di equilibrio, raggiunto il quale il cittadino è propenso all’assolvimento dei propri doveri fiscali ma oltrepassato il quale la propensione del cittadino assume la tendenza opposta. La determinazione, in concreto, di tale punto di equilibrio è rimessa all’azione politica: la democrazia rappresentativa ha proprio la funzione di trasferire le istanze del cittadino al Legislatore, affinché esso attui una equilibrata mediazione fra esigenze della collettività e diritti dell’individuo.
Ingiustizia
Nella realtà ciò non è avvenuto a causa della perversa logica dello stato sociale clientelare. L’abnorme debito pubblico causato dal finanziamento illimitato dello stato sociale clientelare non può che generare altro debito ed altro fabbisogno fiscale, fabbisogno che può essere infine soddisfatto solo attraverso la mistificazione. Essa si verifica allorché lo Stato (divenuto sociale- clientelare a causa del Tradimento), ricorre ad ogni sorta di sotterfugio pur di soddisfare l’insaziabile appetito del Mostro, ormai divenuto ipertrofico.
La tassazione, nella sua declinazione naturale, è pretesa commisurata al reddito prodotto: l’aliquota. Il Cittadino (o l’imprenditore) ha l’ineludibile diritto di conoscere a priori la quota parte di reddito prodotto (l’aliquota) destinata al conseguimento dell’obiettivo della creazione condizioni di partenza uguali, formalmente rimasto tale ma nei fatti tradito.
Lo Stato ed il Legislatore si adoperano con ogni mezzo per moltiplicare il gettito: creano le imposte indirette accanto alle dirette, s’ingegnano per creare balzelli, prelievi, accise, contributi, comunque generando forme di prelievo che, infine, non hanno relazione alcuna con il reddito prodotto ma colpiscono indiscriminatamente tutta la popolazione, ricchi e poveri, sani e malati, bambini e adulti, onesti e disonesti.
Qual era l’obiettivo della democrazia liberale? Determinare condizioni di partenza uguali! Qual è il risultato finale del meccanismo descritto? Condizioni di partenza del tutto disuguali!
Ma non basta: la dialettica inscenata dalla “politica” ingenera negli individui il convincimento che popolazione si distingua in “buoni cittadini” (coloro che assolvono i doveri fiscali) e “cattivi cittadini” (che, al contrario, non lo fanno).
Nessuno osi chiedere se, per caso, non sia l’eccessiva pretesa a determinare “pigrizia fiscale”!
L’assunto secondo il quale le tasse vanno pagate a prescindere, legittima la repressione con tutto ciò che ne consegue: lo Stato è prodigo e non può tollerare la “pigrizia fiscale” e passa alla dura repressione dei “cattivi cittadini”!
Il Legislatore – per soddisfare la voracità dell’apparato burocratico – inizia a produrre legislazione asimmetrica: lo Stato inizia a presumere l’esistenza di reddito imponibile in ogni manifestazione di ricchezza (o semplicemente di accesso ai beni e servizi); l’individuo (o impresa) che intenda far valere il proprio diritto deve promuovere istanze, intentare azioni dinnanzi a organi dello stesso Stato, che applicano le norme asimmetriche fornite dal Legislatore.
Il cittadino si vede costretto a pagare comunque, innanzi tutto e prima di tutto…altrimenti il suo debito verrà gravato di interessi (di molto superiori a quelli che lo Stato paga per i propri debiti verso il cittadino), sanzioni e costi esorbitanti di esazione.
Un semplice atto di accertamento fiscale, prim’ancora di iniziare il suo iter è già titolo per la riscossione forzata della pretesa tributaria: chi ha un patrimonio, grande o piccolo, rischia di perderlo se non paga sino all’ultimo centesimo.
Chi non possiede nulla ha tutto l’interesse a non modificare la propria condizione, altrimenti si espone alla bramosia dello Stato. L’individuo perde l’interesse e lo stimolo alla creazione di nuova ricchezza, l’economia diviene asfittica, l’investimento di risorse ed energie è controproducente. Il Patto sociale si rompe. Il cittadino è tornato suddito, lo Stato è il suo nemico: non più mezzo per soddisfare le esigenze primarie della collettività e creare condizioni di partenza uguali bensì avido persecutore. Ingiustizia è fatta!

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