Psicologia

Bullismo, un fenomeno sociale

Il fenomeno del bullismo non è certo nuovo, se ne parla già dagli anni Settanta in seguito ad alcuni episodi accaduti nei paesi scandinavi, ma attualmente ha acquisito grande più visibilità, grazie alla diffusione sempre maggiore di episodi definibili in tale modo in Italia, nonché alla grande eco, derivante dall’uso della tecnologia mediatica.
Innanzitutto, è a mio parere fondamentale sottolineare che si tratta di un fenomeno sociale, collettivo, e non di un atto compiuto fra singoli individui: non bastano un bullo e una vittima (termini ormai noti a tutti) perché si possa delineare un quadro di bullismo, ma è necessaria la presenza di un gruppo di persone, che funge da sostegno per le azioni compiute e da rispecchiamento per le persone coinvolte. Inoltre, perché si parli di bullismo deve esserci una serie di comportamenti reiterati nel tempo, non è sufficiente un singolo avvenimento, quindi il fenomeno si esplicita in una logica temporale. Logica conseguenza di questa premessa sarà che anche i rimedi e, meglio ancora, la prevenzione del fenomeno in oggetto dovranno rivolgersi alla comunità entro la quale si decide di intervenire e non, invece, sui singoli individui. Come appare ovvio, questa costituisce una sottolineatura importante, poiché sarebbe sbagliato e semplicistico pensare “ok, basta fare due chiacchiere con il ragazzino e tutto va a posto”, al contrario è necessaria una presa in carico globale del gruppo, per esempio in ambito scolastico o sportivo, così come dell’intero nucleo familiare.
E qui, ahimé, le cose si complicano, poiché è fin troppo evidente come le scuole siano carenti di professionisti specifici, di psicologi, né tantomeno i docenti possono contare su un’adeguata formazione e un sostegno specifico, che pure ormai sarebbero d’obbligo, vista anche la sempre maggiore incidenza di atti di suicidio giovanile, di condotte di isolamento sociale, nonché dell’insorgenza di disturbi psicosomatici fra i 7 e i 18 anni,come emerge da studi condotti dal Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo dell’Università di Padova (mal di testa continui, dolori addominali, disturbi del sonno e dell’alimentazione,…), fino ad arrivare all’insorgenza sempre più precoce di disturbi psichici e del comportamento (ansia, depressione, idee suicidarie).

Avvicinandoci all’analisi del fenomeno, la figura della vittima è facilmente intuibile: generalmente un ragazzo (o ragazza) introverso, poco reattivo, con pochi amici, quasi “invisibile”, certamente un soggetto cui va dato il supporto necessario per uscire dal bozzolo e “rischiare” di portare nel mondo il proprio modo di essere, senza paura del giudizio altrui, anche chiedendo aiuto qualora fosse necessario.
Certamente più complicata e, direi quasi, insospettabile è la personalità del bullo. All’apparenza sicuro di sé fino alla tracotanza, dominante, in realtà dietro alla maschera che questo individuo mostra si nasconde una enorme insicurezza, uno sfondo di legami tutt’altro che solidi, un’immagine di sé che ha continuamente bisogno di essere confermata dall’esterno per sentirsi accettabile. Non c’è soltanto il tema della violenza dietro gli atti compiuti dal bullo, ma direi che c’è soprattutto la voglia di provocare sofferenza all’altro, umiliandolo, maltrattandolo, un modo insomma per mettere l’altro in una posizione di sottomissione e così potersi raccontare “io sono migliore di lui”. La paura che viene inflitta all’altra persona diventa un surrogato dell’autostima, in modo tale da permettere al bullo di costruire un senso di potere personale ai danni del senso di inferiorità e debolezza provocato negli altri.Certamente questo individuo non conosce l’empatia, cioè quella capacità squisitamente umana di comprendere emotivamente gli stati d’animo delle altre persone, e non la conosce perché non ne ha fatto e

sperienza, prima di tutto all’interno della sua famiglia: frequentemente, la famiglia del bullo è una famiglia in cui c’è poca attenzione verso i figli da parte dei genitori, occupati dai problemi lavorativi o di altra natura, dove i silenzi dei figli non soltanto non vengono attenzionati ma sono addirittura rinforzati perché ciò vuol dire “un problema in meno”.

Nella società contemporanea, proprio grazie alla diffusione delle tecnologie, il fenomeno del bullismo si è allargato a comportamenti virtuali esercitati in rete e ha preso il nome di cyberbullismo; le azioni reiteratamente compiute possono essere sms o email diffamanti, pubblicare foto o video che compromettono l’immagine di qualcuno, creare pagine sui social network con lo scopo di prendere in giro, umiliare, ecc.
I contorni di base sono i medesimi di quelli appena osservati, con alcune aggravanti: innanzitutto la velocità con cui la rete veicola ogni notizia le venga affidata, dunque la grande difficoltà di arginare la condotta umiliante; in secondo luogo, l’impossibilità di osservare l’effetto che un’azione umiliante produce in colui che ne è bersaglio, il che va a sommarsi alla mancanza di empatia del bullo e del gruppo dei suoi sostenitori, diventando perciò una miscela esplosiva. Quante volte i ragazzi attori di simili comportamenti hanno reagito, dopo essere stati individuati e redarguiti, con frasi del tipo “non pensavamo che sarebbe successo questo….”? In quel momento loro non stanno mentendo, stanno semplicemente dando dimostrazione della loro carenza di sensibilità alle emozioni proprie e altrui.
A ben guardare, i bulli mostrano frequentemente la spavalderia, il disinteresse e il non rispetto verso le regole imposte dagli adulti, oltre che una negazione della propria fragilità; spesso ciò si traduce in comportamenti aggressivi o, al contrario, in lunghi silenzi e atteggiamento di sfiducia verso il mondo esterno. Certo, è molto difficile riscontrare tutto ciò quando cova in maniera silente, ma un ragazzo che non parla mai coi genitori di sé, che trascorre la maggior parte del tempo chiuso in camera davanti al pc o allo smartphone, che commenta l’affidabilità degli adulti magari schernendoli, che è irascibile e usa parolacce, è certamente un ragazzo che ha bisogno di essere visto e di ricevere quelle attenzioni che gli sono probabilmente sempre mancate.
Cosa si deve fare allora? Non giova di certo, a mio parere, anche in ambito scolastico, il sottoporre il ragazzo a punizioni, al contrario penso che la vera scommessa sia quella di non allontanarlo ulteriormente dalla comunità di cui fa parte ma piuttosto di fargli fare l’esperienza di poter vivere dentro questa utilizzando una modalità diversa, nuova, ridonandogli la fiducia verso sé stesso. E questo è possibile farlo, per i genitori, ascoltando il proprio figlio, standogli vicino e amandolo anche quando non corrisponderà all’immagine di figlio ideale che ci si è costruiti; bisogna garantire al ragazzo un ambiente di riferimento sicuro, anche con il controllo delle compagnie frequentate al di fuori della casa.
A livello professionale, il focus dell’intervento psicologico è sull’intero nucleo familiare, insegnando ai genitori a guardare ciò che di bello e creativo appartiene al proprio figlio, a rinforzarlo nelle sue capacità, mentre invece siamo sempre abituati a vedere molto chiaramente ciò che non va.

Alessia Tedesco
Psicologa e Psicoterapeuta

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