Primo Piano

Il diritto al tempo del Coronavirus

Autore:  Giorgio Zamperetti, avvocato e professore ordinario di diritto commerciale

Nella storia recente dell’umanità nessun evento drammatico come il virus che oggi attanaglia il mondo ha avuto una portata così estesa in tutte le aree del pianeta e su tutti gli aspetti dell’esistenza umana. Persino un vulnus epocale come l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, al quale lo shock attuale è talvolta paragonato, ha avuto effetti più contenuti sulla vita delle persone. Le stesse guerre mondiali del secolo scorso, altamente distruttive di vite umane e di risorse, furono così chiamate per l’elevato numero di paesi coinvolti, ma “mondiali” in realtà non furono perché vaste aree non solo extraeuropee, ma anche europee, come la Spagna e la Svizzera, non ne furono coinvolte.

La pandemia, invece, si sta insinuando capillarmente con tempi diversi in ogni plaga del pianeta e ha costretto e costringerà – per un tempo ancora indefinito – alcuni miliardi di persone non solo a rivedere priorità e stili di vita, ma, in concreto, a sospendere, rallentare o nei casi peggiori cessare definitivamente le proprie attività economiche, con un calo del PIL mondiale che si prospetta di molti punti percentuali. A dispetto dei mercati finanziari che, sganciati come sono dalla realtà, hanno già ripreso a salire in un ottovolante di volatilità, povertà e disoccupazione che si affacciano prepotentemente in ogni parte del mondo, lasciando serpeggiare tensioni sociali che potrebbero d’improvviso acuirsi.

Nessuno sembrava pronto a un evento del genere: non le istituzioni, non l’economia, non la sanità. Il classico cigno nero dopo milioni di cigni bianchi, rappresentato da una entità ai confini estremi della biologia (è incerto se i virus siano esseri viventi) e di misure infinitesimali (un seicentesimo del diametro di un capello), ha avuto come complice la fiducia illimitata da parte della contemporaneità nella scienza e nella tecnologia, che ingannevolmente lumeggiano la promessa di un completo dominio della realtà senza tener conto della nostra ontologica fragilità e del troppo che ancora ignoriamo: noi, autodefiniti sapiens sapiens; noi, che la struggente e ancora attuale poesia di Eschilo chiamava efemérioi, le creature di un giorno, vediamo le nostre magnifiche sorti sotto schiaffo di un nemico invisibile, in un certo modo quanto lo è il terrorismo che si mimetizza nei deserti e tra le comunità urbane.

Vero è che le epidemie sono sempre esistite, dalla peste di Atene del V° secolo a.C., alla peste nera del Boccaccio, a quella del ‘600, fino alla (solo di nome) spagnola di un secolo fa, e molte altre meno famose e “letterarie” ma ugualmente letali. Sembra dunque questione di miopia o di cattiva conoscenza della storia non averci pensato, con la differenza che ai giorni nostri ogni nuovo focolaio può davvero incendiare il mondo per via dei quaranta milioni di voli che annualmente muovono quattro miliardi e mezzo di passeggeri con i loro invisibili “ospiti”; del resto, fino a metà del secolo scorso, “state a casa” non era uno slogan emergenziale ma l’identikit dei nove decimi di una umanità che, migrazioni a parte, non viaggiava mai, e gli happy few che andavano in vacanza balneavano a Rapallo e non a Bora Bora.

Anche il diritto è stato colto impreparato dal virus.

Nel campo del diritto costituzionale, certamente la salute gode di una primazia perché l’art. 32 Cost. la definisce non solo “fondamentale diritto dell’individuo” ma anche “interesse della collettività” e quindi, in qualche misura, anche un dovere dei singoli, dato che la perdita della salute, in un sistema di welfare che non abbandona come in altri ordinamenti i cittadini malati al loro destino, pesa su tutta la collettività; le altre libertà (circolazione e soggiorno, riunione, culto, iniziativa economica etc.) non hanno questa esplicita qualifica di “fondamentali” pur essendo con tutta evidenza rilevantissime; in particolare l’art. 16 Cost. consente alla legge di introdurre limitazioni alla circolazione “per motivi di sanità o di sicurezza”.

Ma anche se i diritti nella nostra Carta del 1948 non furono posti dai costituenti su un identico piano valoriale, eravamo impreparati a che quella ipotetica gerarchia potesse prendere forma concreta, e che si dovessero davvero adottare scelte drammatiche come accantonare provvisoriamente la libertà di iniziativa economica fissata dall’art. 41 Cost.  Scelte per molti quasi tragiche, come per i numerosi imprenditori che non riapriranno, ai quali il lockdown ha sgretolato quanto con passione avevano costruito: aggiungendosi al danno economico il peso della responsabilità morale per i dipendenti lasciati a casa e le loro famiglie. Tutte ripercussioni, queste, assai pesanti in un Paese il cui tessuto produttivo è fatto per l’80% dalla piccola e media impresa, meno in grado di assorbire una spallata così pesante.

Queste prese d’atto suggeriscono alcune riflessioni sulle criticità emerse nell’attuazione del sistema normativo. Il processo decisionale di gestione della crisi non è infatti apparso finora lineare: autorevoli costituzionalisti hanno posto seri dubbi di legittimità sullo strumento del DPCM e sulla mancanza di un adeguato coinvolgimento del Parlamento, che accentua la trasformazione della democrazia in una tecnocrazia non rappresentativa e svilisce la volontà popolare di cui le Camere sono espressione. Il ruolo delle Regioni, poi, rappresentate da presidenti direttamente eletti dai cittadini, non sembra essere stato sempre tenuto in adeguata considerazione, laddove i contesti socio-economici sono assai diversi in ognuna di esse e avrebbero dovuto essere valorizzate le differenze;  vale ricordare in merito che trattare in modo uguale situazioni diverse è infinitamente peggio che trattare in modo differente situazioni equivalenti, perché in questo modo si contrabbanda – normalmente a fini ideologici – la vera e sostanziale uguaglianza con un solo formale egualitarismo, vuoto quando non dannoso.

Tutto questo porta a considerare che per l’avvenire il diritto pubblico debba attrezzarsi meglio, stabilendo fin d’ora con maggiore chiarezza i protocolli di intervento nelle circostanze emergenziali dove sono messe in gioco sicurezza e salute dei cittadini, con una più precisa e adeguata definizione dei ruoli dei decision makers anche in base alla loro vicinanza ai problemi da risolvere; senza mai dimenticare che il tema della sicurezza (e della paura, che ne è il rovescio) è sempre poco maneggevole e può far perdere di vista valori altrettanto importanti: rischio ben presente a Bejamin Franklin, padre fondatore degli Stati Uniti, quando avvertì che “chi è pronto a sacrificare le proprie libertà fondamentali per comprarsi la sicurezza, non avrà né la libertà, né la sicurezza”.                                                                                                                                                                                              

Anche nel campo del diritto civile e commerciale, che ugualmente da vicino coinvolge i cittadini e le imprese, il sistema appare in affanno.

Il diritto, come fenomeno ordinatore del sociale, guarda alla fisiologia dei rapporti umani, mentre la patologia è disciplinata come eccezione. Infatti, in tempi normali, la maggior parte dei rapporti contrattuali si svolge e realizza i suoi scambi senza problemi grazie allo spontaneo adempimento delle parti. La coazione, conseguente all’inadempimento, è solo una possibilità statisticamente infrequente, un rimedio estremo che l’ordinamento assicura; ma ciò che normalmente spinge le parti a conformarsi agli accordi presi non è la sanzione, non è il timore di finire in tribunale, bensì la consapevolezza della doverosità del vincolo, il pacta sunt servanda, il rispetto spontaneo delle regole di correttezza e buona fede (enunciate peraltro dagli art. 1175 e 1375 del Codice civile) che, come assunto culturale, appaiono diffusi tra la maggior parte dei consociati. Lo stesso potrebbe dirsi per il diritto penale: per un esempio estremo, la gente non uccide i propri avversari perché l’art. 575 del Codice penale commina una reclusione di almeno ventun’anni, ma perché togliere ad altri la vita è percepito da tutti come un disvalore inaccettabile, e chi non la pensa così rappresenta quella rara patologia che impone il drammatico ricorso alla pena.

Il virus ha in parte involontariamente alterato questo rapporto di regola ed eccezione. Decine di migliaia di imprese, bloccate o rallentate nelle loro attività, non riescono ad effettuare i pagamenti o a produrre e consegnare beni e servizi perché a loro volta non sono pagate o non li ricevono, travolte da un effetto domino dovuto alle reticolari connessioni del sistema produttivo. La patologia nei contratti commerciali è divenuta un fenomeno molto più frequente di prima, e ciò indipendentemente dalla volontà delle parti, che vorrebbero ma non possono adempiere.

Nel nostro ordinamento però non c’è una norma generale che esonera per forza maggiore dalle conseguenze dell’inadempimento contrattuale, anche se spesso clausole simili sono suggerite dai consulenti legali come oggetto di specifica pattuizione negli accordi tra le imprese.

Il legislatore emergenziale è intervenuto, ma in maniera insufficiente. Ad esempio, l’articolo 3, comma 6 bis della legge 5 marzo 2020, n. 13, prevede che il rispetto delle misure di contenimento del virus “è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”. Questa norma, che permette al giudice di ridurre la responsabilità della parte inadempiente, ha però come presupposto il solo blocco delle attività stabilito dai DPCM (“il rispetto delle misure di contenimento”), e non si estende ai casi di inadempimento derivanti, più in generale, dalla crisi di liquidità provocata dalla pandemia: e così rimane scoperta la maggior parte dei casi in cui la norma potrebbe essere utile.

Anche i rimedi già presenti nel Codice civile, poi, non appaiono del tutto adeguati: è sì ad esempio previsto che qualora in un contratto le condizioni inizialmente stabilite mutino considerevolmente (ad es. il canone di locazione divenuto eccessivamente oneroso per rallentamento dell’attività) esista un rimedio: ma questo rimedio è la risoluzione del contratto (art. 1467 cod. civ, I comma), la sua cessazione, che di fatto non giova né al locatore (che non percepisce più il canone e dovrà affrontare un periodo magari lungo prima di trovare un nuovo utilizzatore del suo immobile, pagandone nel frattempo manutenzione e imposte) né al conduttore (che deve chiudere l’attività oppure reperire e traslocare in altri spazi, con costi rilevanti e probabile perdita di clientela).

Cosa pensare allora?

L’uscita dalla pandemia richiederà alle imprese (ma in realtà a tutti) un nuovo modo di vedere i rapporti giuridici con le proprie controparti contrattuali, che non ricerchi la pignola e formale applicazione delle norme ed eviti arroccamenti e indisponibilità al dialogo; anche perché, con il prevedibile rallentamento della funzione giudiziaria, il diritto diverrà per un periodo non breve assai meno giustiziabile, e non sarà così conveniente (se mai lo è stato) adire i tribunali, dove ogni causa ha sì la sua stella, ma non è detto che sia quella vincente.

In tema di corpi celesti, avviandoci senza mappe astrali nello spazio sconosciuto di un faticoso ritorno alla normalità, la stella polare per tutti gli imprenditori, oltre ai già menzionati principi di correttezza e buona fede, dovrà essere individuata, in un quadro così complesso, nel dovere di solidarietà economica, stabilito dall’art. 2 Cost. non solo per i singoli ma anche per le formazioni sociali, tra cui rientrano le imprese.

Una norma cioè che, senza mettere in discussione il profitto, naturale e imprescindibile motore del fenomeno imprenditoriale, considera come interesse altrettanto rilevante le necessità di collaborazione nella ricerca di un’intesa soddisfacente per tutte le parti di un accordo la cui esecuzione è messa in pericolo da circostanze oggettive, e ciò in ragione della comune e solidale appartenenza a un sistema economico che ha bisogno in vita di tutti i suoi componenti.

Un esempio concreto di come ci si dovrebbe comportare è offerto dall’art. 1467, III comma, cod. civ., che in caso di sopravvenuta eccessiva onerosità di un accordo, in alternativa alla risoluzione, prevede che “la parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto”: un invito dunque a dialogare e a trovare un nuovo punto di equilibrio dell’accordo che risponda all’interesse di entrambe le parti.

Occorre in conclusione, in questo tempo così perturbato, fare appello nel comune interesse a un diritto mite, un diritto che ritrovi cioè la sua originaria definizione di arte del buono e del giusto (ars boni et aequi), che appunto nell’equità ha la sua cifra più significativa.

E in questa direzione, non sarebbe male rivolgere ogni tanto lo sguardo al sogno di uno dei più profondi filosofi del diritto contemporanei, Luigi Lombardi Vallauri, che nella rappresentazione di una società perfetta, caratterizzata dal garbo, dalla gentilezza e dalla considerazione del punto di vista della propria controparte, immagina un inquilino e un padrone di casa che si incontrano sulle scale, con il primo che, arrivato alla conclusione che quanto paga è troppo poco remunerativo per il proprietario, insiste per aumentare il canone, e il secondo che, giunto alla conclusione opposta, cerca di convincerlo ad accettare una riduzione. 

Categorie
Primo PianoScienza & Tecnologia

Lascia una risposta

*

*