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Giovani imprenditori o figli di papà?

E anche quest’anno cala il sipario sulla kermesse rivierasca dei giovani rampanti imprenditori, non più nella tradizionale cornice del Grand Hotel Miramare di Santa Margherita Ligure – dalla parte verso Portofino ovviamente – bensì nella attigua Rapallo. Del resto si sa, in tempi difficili l’esempio viene dall’alto e così anche i baldi rampolli dell’oligarchia industriale italiana, con sensibilità empatica, hanno pensato bene di spostarsi di qualche centinaio di metri salvaguardando comunque il rituale cocktail in terrazza panoramica con vista sul golfo del tigullio.
Si è parlato tanto di tutto ed immancabilmente i giovani imprenditori non hanno perso l’occasione di dispensare con generosità e senza eccezioni la consueta dose di sferzate, dovute e doverose tirate d’orecchie alla politica in primis, ma non solo. Staffilate che non hanno risparmiato proprio nessuno, eccetto loro stessi – manco a dirlo – rari nantes in gurgite vasto. Dall’alto del piedistallo con vista mare il loro capitano Alessio Rossi ha impartito lezioni di strategia, economia e politica lambendo tutti i principali argomenti di attualità con particolare riferimento all’agenda politica di Governo e Parlamento, dal piano sull’industria 4.0 alla new economy, passando per la flat tax.
Spariti i cavalli di battaglia cavalcati con vigore fino all’anno scorso quali il celeberrimo azzeramento del cuneo fiscale per gli under 30, la stantia ma pur sempre attuale proposta di legge sulla concorrenza e una revisione dei sistemi per il calcolo della base imponibile finalizzata ad un indispensabile e radicale ripensamento dei modelli di tassazione. Ora, al contrario, i giovani industriali si riscoprono tutto ad un tratto rigoristi, amanti del pareggio di bilancio e della sostenibilità delle finanze pubbliche, alfieri della legge Fornero e strenui difensori della precarizzazione ottenuta grazie al Jobs Act. Insomma l’importante è essere sempre bastian contrari, qualsiasi sia il governo in carica. Un evergreen invece il solito accorato invito al cosiddetto cambio di passo, a dover cambiare direzione – per andare dove poi, manco loro lo sanno con esattezza. Tuttavia sorprende il fatto che il rinnovamento e il cambiamento ancora una volta siano invocati da chi in realtà sembra più voler copiare, nella forma ancor prima che nella sostanza, vizi e virtù consolidate di una gerontocrazia imprenditoriale che è stata protagonista del glorioso passato industriale del nostro Paese ma che oggi è artefice e corresponsabile di una stagnazione duratura e di un conseguente declino a cui assistiamo da molti anni ormai. La credibilità di una classe dirigente si manifesta infatti, prima ancora che arrivino i risultati, attraverso l’esempio che essa è capace di dare, nella coerenza tra obiettivi dichiarati ed azioni messe in campo, in altri termini attraverso la corrispondenza puntuale tra le parole e i fatti. “E’ la New Economy, bellezza!” recitava lo slogan dell’anno scorso e ribadito anche quest’anno. E allora chi meglio di un giovane imprenditore proiettato al futuro può riuscire ad occuparsi di new economy, di agevolazioni sul lavoro per under 30, di smart-working, di industria 4.0, di lavori che stanno scomparendo nei prossimi anni e di lavori che presto compariranno ma che non sappiamo ancora quali saranno esattamente? Peccato solo che molti di quei cosiddetti giovani imprenditori, a partire dal grande capo talmente over 30 da essere più propriamente un under 40, si ostinano a definirsi giovani solamente in un paese come l’Italia, affetto da un giovanilismo cronico e patologico, tenuto in scacco da una gerontocrazia arrogante e chiusa nella propria sterile autoreferenzialità. Così si scopre che quei giovani imprenditori giovani, in realtà, non lo sono più tanto e, ad onor del vero, anche sullo stesso appellativo di imprenditori ci sarebbe molto da dire. E’ infatti innegabile che la stragrande maggioranza di codesti novelli capitalisti è molto spesso di seconda, se non di terza generazione. Raramente hanno raggiunto con le proprie forze obiettivi ambiziosi e nei migliori dei casi sono riusciti a mantenere quanto realizzato da chi li ha preceduti consolidando i risultati e puntando sui mercati esteri. Una anomalia tutta italiana quella che vede più del 90% dei cosiddetti giovani imprenditori essere in realtà nient’altro che figli o nipoti di imprenditori. Chiaramente, posto che la fortuna non è certo una colpa, è altrettanto vero che competenza, capacità e talento non si trasmettono per successione. Il merito è per sua stessa definizione analitica meritocratico, dunque certamente non ereditario. Analogamente ai loro colleghi senior, nel caso poi le cose non vadano per il verso giusto, si riscoprono eccellenti avvocati difensori della propria causa e altrettanto abili accusatori sempre pronti e zelanti nel collocare dietro il banco degli imputati politica, sindacati, banche e qualunque altro soggetto a cui poter affibbiare delle colpe scagionando puntualmente loro stessi.
Il rinascimento economico italiano però esige oggi più che mai uno scatto in avanti dove prevalga la volontà di diventare veri protagonisti del cambiamento, disposti anche a pagare il prezzo di essere delle volte controcorrente a partire dagli organi di rappresentanza. Confindustria giovani dunque non può più essere de facto una Confindustria junior, ma deve puntare a diventare un organo che, nel solco della tradizione, sappia superare attriti e difficoltà al rinnovamento dimostrando di saper intraprendere con coraggio strade nuove e irte di incertezze, adottando soluzioni originali e innovative e, se necessario, in aperta discontinuità con le linee guida e gli indirizzi dei seniores. Ai giovani imprenditori spetta dunque accettare la sfida gettando il cuore oltre l’ostacolo, cambiare rotta riscoprendo l’originaria pionieristica temerarietà propria dell’essere imprenditore, nel cui DNA coesistono rischio e duro lavoro, aprendosi con fiduciosa speranza al futuro.

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