Ciao Ciao Darwin

Esistenza e lavoro

Il senso della vita e il lavoro sono due aspetti che vanno di pari passo con la nostra stessa esistenza. Come nel passato anche oggi lavorare è indispensabile, ma il lavoro – dopo la rivoluzione industriale – si unisce a una “necessità di scopo“. Nel quotidiano nostro esserci nel mondo, l’uomo ogni mattina si sveglia con uno scopo ma, oggi, il mal di vivere galoppa a pieno ritmo nella nostra società. Parlando in maniera più generica, gli individui istintivamente colgono la necessità di avere un’utilità e – specialmente quando si ritrovano senza lavoro – si ritrovano a essere prive di un fine. Il lavoro moderno è un’attività devastante, dove quasi tutti sono intercambiabili, sono “ingranaggi” di un meccanismo industriale, di un sistema. Un avvocato è normalmente sostituibile con un altro suo collega e il suo lavoro non è nulla se non quello di riprodurre quanto altri avvocati fanno ogni giorno. Lo stesso vale per un commercialista come per un operaio. Il lavoro non ha più la componente soggettiva, come indicativo dell’identità di una persona. Se in passato essere un avvocato collocava la persona in un ceto sociale specifico con un’educazione e un modo di rapportarsi agli altri, oggi nulla di tutto questo è rappresentabile in un avvocato come in un qualsiasi altro mestiere. Il lavoro, quindi, non è più un elemento che contribuisce a dare sicurezza emotiva e psicologica, ma resta solamente un mezzo per ottenere denaro in cambio di tempo. Secondo lo scrittore francese Gustave Flaubert: “In fin dei conti il lavoro è ancora il mezzo migliore di far passare la vita” amava asserire, difatti lavoro e tempo sono aspetti importantissimi per tutta la durata del ciclo vitale di una persona. Se si considera l’aumento di servizi e di beni con la diminuzione del lavoro umano, molti hanno creduto si andasse verso una liberazione dal lavoro, ma in realtà la questione non sta propriamente stabilita in questi termini. Nei paesi sviluppati tecnologicamente il lavoro è diviso in tre diverse funzioni ripartite in:
– creativo;
– esecutivo;
– di fatica.
Il lavoro sta divenendo sempre più un privilegio, poiché – ancora oggi – permette l’entrata dei lavoratori, tra gli individui che “producono” e di conseguenza gli viene concessa la possibilità di consumare. Di contro, la forza lavoro da impiegare diminuisce progressivamente col progredire della tecnica, aumentando quindi una massa di disoccupati – con molto tempo da impiegare – che spesso vengono colpiti da noia, depressione, devianza e solitudine.
La risultante è proprio “il lavoro”, il quale nella società attuale – post industriale – diminuisce sempre più, ponendo le basi all’impossibilità di possedere un reddito:
– meno lavoro
– maggiore tempo a disposizione
– minore capacità di dare un senso alla propria esistenza.
Questo processo continuo e progressivo unito alla mentalità capitalista – dove il profitto è lo scopo supremo – ha generato anche una reazione contro il progresso tecnologico che eliminava man mano l’impiego umano (il movimento denominato “luddismo“); oggi deve virare la rotta su un lavoro praticabile e socialmente condivisibile. Il processo in atto è evidente: coloro che perderanno lavoro non saranno in grado di consumare per impoverimento progressivo e la diminuzione dei consumi ci farà giungere a una stagnazione con conseguente sovraproduzione.
La popolazione che potrà acquisire nuovi prodotti diminuirà: processo è già in atto. La società post-industriale è in declino e volendo mantenere il modello capitalista e consumistico come principio economico, l’unica soluzione è una ridistribuzione della ricchezza a tutti coloro che restano e resteranno tagliati fuori dal lavoro.
Adriano Olivetti affermava come: “Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, che non giovi a un nobile scopo”.

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