Psicologia & Benessere

Droghe: vecchie e nuove dipendenze

Prendo spunto dall’interessante convegno tenutosi presso la sede della Regione Lombardia in data 18 c.m. sulle droghe per proporre anche il mio punto di vista, una riflessione di natura psicologica. Il pensiero corre subito agli anni ottanta, anni della mia infanzia e del mio imminente ingresso nella fase della preadolescenza, in cui il tema del pericolo causato dalle droghe era pane quotidiano, in famiglia, a scuola, per i mass media, ma il ricordo persistente che mi è rimasto di quelle continue discussioni è quello di un sentimento serpeggiante e comune a tutti gli ambienti di paura, di annichilimento di fronte a questo mostro più forte e più grande di tutti; il dictat di tutti gli adulti era “tu stanne lontano e basta”. Negli anni a venire, poi, abbiamo assistito ad un fioccare di letteratura sull’argomento, di servizi privati e territoriali (come i Ser.T), di modelli clinici di trattamento, di centri di recupero e rieducazione per tossicodipendenti….
Poi il silenzio. Più nulla. Un periodo di latenza da cui è scaturita la sensazione che della tossicodipendenza ci si fosse liberati. Ma così non è, visto il rigurgito importante provenuto dai media negli ultimi periodi, che anzi hanno portato a conoscenza di tutti come non soltanto del problema non ci si è liberati ma esso si è addirittura complessato, con la comparsa di un numero illimitato di sostanze stupefacenti, per lo più sintetiche e/o provenienti da altri Paesi.
E, aggiungo io, con la comparsa di nuove forme di dipendenza.
Ma andiamo per ordine e cerchiamo di dare una spiegazione di natura psicologica.
Dopo l’ubriacatura ottocentesca sull’Io-soggetto, individuale, liberale, idealista, il novecento ha portato alla ribalta l’intersoggettività, la relazione, la comunicazione, il confronto; Martin Buber diceva che “in principio era la relazione”. Vero. Bello. Ma c’è qualche difficoltà: cioè l’Altro è visto ancora molto spesso come il destinatario, il complemento oggetto, e non come il partner, il soggetto, il compagno. La relazione è vista nella sua dimensione orizzontale, intergenerazionale, mentre la dimensione verticale che è quella privata, il silenzio interiore, la solitudine, il futuro sono tabuizzati.
La conseguenza negativa a livello intergenerazionale è un persistente giovanilismo e una perenne cultura adolescenziale che coinvolge gli adulti, che esaltano la freschezza vitale, l’assenza di regole, il libertarismo, l’egocentrismo assoluto, ma anche l’evitare di scelte e responsabilità. Tutto ciò sembra diventare un ulteriore aggravio per la capacità evolutiva di adolescenti e giovani, i quali dunque non troverebbero modelli di identificazione per un’immagine adulta di sé negli adulti di riferimento, tanto da essere costretti a cercarli altrove, in ciò che la società (reale o virtuale) mette a disposizione.
Come tutti sappiamo, l’età dell’adolescenza (cui appartengono perlopiù i consumatori di droghe) è per sua stessa natura una fase di passaggio molto complicata dal punto di vista dell’impegno psicologico, sociale, evolutivo; a questo si aggiungono nella società contemporanea la penuria di buone prospettive per il futuro, l’assenza di significati vitali, dunque tutto si riduce a forme di esistenza dominate dalla momentaneità senza progetto, dalla ricerca insaziabile di sensazioni ed emozioni forti ma mai del tutto soddisfacenti (“sensation seeking”), fino ad arrivare all’estremo di forme di aggressione gratuita verso gli altri, che per alcuni sembra assumere le forme di una vera e propria “cultura della morte”, che si manifesta con una persistente angoscia di fondo. Il passo verso la tossicodipendenza o altre forme di devianza e di dipendenza diventa assai breve.
Gli adolescenti hanno un tempo focalizzato sul presente, vogliono tutto e subito, niente sembra avere conseguenze durature ma tutto finisce in un attimo; spesso nella giovinezza allungata il presente può rappresentare una via di fuga da un futuro non percepibile, non dicibile, non disponibile. In questo quadro, anche il tanto discusso rifiuto delle regole tipico di questa fase evolutiva si è ammorbidito nel senso della contraddittorietà, per cui se da un lato i giovani si ribellano alle regole (poche e spesso imposte malamente) degli adulti, nel contempo dimostrano un bisogno di sostegno sicuro, di autorevolezza da parte di un adulto che sappia orientare più con l’esempio che con le ingiunzioni. Compito, questo, molto difficile per la generazione adulta attuale, spesso più preoccupata di raggiungere la propria auto realizzazione che un senso del futuro buono e affidabile, rendendo in tal modo la funzione educativa insicura e angosciata.
Ecco, io ritengo che non si possano comprendere tutte le varie forme di dipendenza cui assistiamo oggi se non partiamo da questo ground sociale, profondamente cambiato rispetto a quello di pochi decenni fa; parlo delle tossicodipendenze e delle alcol dipendenze, che oggi raggiungono soggetti sempre più giovani, ma anche di quelle che sono ormai definite come le “nuove dipendenze”: dipendenze tecnologiche da internet, dal cellulare, dai giochi online, situazioni di sex addiction anche nei giovanissimi, sexting (messaggi online dal contenuto esplicitamente sessuale tra ragazzini a partire dagli 11 anni di età), gioco d’azzardo….
Certo, è opportuno fare una differenziazione tra i fruitori delle droghe, soprattutto quelle letali, e gli altri generi di condotte dipendenti, la “cultura della morte” e il devastante senso di solitudine interiori sono con ogni probabilità di entità diversa, ma ciononostante mi pare di ravvisare degli elementi di base comuni sui quali è necessario che tutti poniamo l’attenzione.
Viviamo in un mondo altamente desensibilizzato, nulla sembra più avere appigli emotivi dentro di sé, e ciò unito all’ansia per un futuro incerto può diventare, soprattutto per i giovanissimi, una spirale senza fine che risucchia verso un illusorio mondo in cui tutto è possibile, non esistono conseguenze per le proprie azioni e, soprattutto, non esistono punti di riferimento; tutto diventa allora importante, un puntello cui aggrapparsi, purché dia sensazioni potenti e permetta di dirsi “finalmente riesco a sentirmi…. forse davvero esisto….”.

Alessia Tedesco
Psicologa e Psicoterapeuta

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