Primo Piano

Democrazia a novanta gradi

Una tirannide con la vaselina: così Gianfranco Miglio apostrofava prima e seconda repubblica nel dicembre del 1995, quando a Milano riunì mille delegati provenienti da tutta Italia per celebrare la nascita del partito federalista. Duro’ poco, con voltafaccia come quello di Luigi Negri, leghista e fedelissimo del professore comasco, che nel 1997 fece un triplo salto della quaglia e approdò tra le fila del partito repubblicano che allora sosteneva il primo governo Prodi. La prova, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto siano labili e suscettibili di ripensamenti pure le adesioni più convinte agli ideali politici.
Gli audio di quel congresso, messi a disposizione dal benemerito archivio di radio Radicale, andrebbero riascoltati per rileggere  il disastro politico che si è consumato nei primi 18 anni del nuovo millennio. Allora, il tema che teneva banco era la cessione dei poteri dai partiti ai cittadini. Snodo cruciale per affermare di vivere in una democrazia degna e compiuta e non in una post democrazia in cui i grandi aggregati che ne hanno costituito le fondamenta (élite, borghesia, classe operaia) si sono sfarinati di pari passo con l’esaurirsi del secolo breve. In quel congresso milanese della metà degli anni 90, la dotta relazione di Miglio – di cui in nel mese di gennaio ricorrevano i 100 anni dalla nascita – fu in parte incentrata sul modello cantonale svizzero e la sua confederazione che vede come protagonisti i cittadini e non i partiti, declassati nel modello elvetico a organizzazioni localistiche. Citava il professore anche il modello americano, in cui i due partiti dominanti scaldano i motori solo alla vigilia delle elezioni presidenziali. Un ruolo secondario, anche nel modello statunitense, insomma. Niente a che vedere con il ruolo strabordante che giocano in Italia, malgrado il loro peso sia tornato allo status antecedente il 1892, quando nacque il partito socialista, il primo di una lunga genìa.  Fino a quel momento i partiti erano cartelli di notabili con relativo  feudo elettorale. Solo la Costituzione italiana (la “maledetta costituzione”, come la bollò il professore in quei giorni del ’95) li innalza  “ad associazioni libere tra cittadini”, senza delinearne però la personalità giuridica.
Di libero, come reclamava l’articolo 49 della Costituzione, resta ormai poco. E con una contaminazione crescente  paiono aver assunto  caratteristiche in cui si confondono gli slanci ideali di facciata dalle spinte affaristiche. Tanto che in Gran Bretagna, racconta il giornalista Paolo Bracalini nel suo bel libro “Partiti Spa”, la legge finanzia solo i partiti d’opposizione, perché quelli che hanno le mani in pasta se la cavano egregiamente senza soldi dello Stato.  Bracalini coglie il punto: “I partiti politici sono associazioni private dove non è consentito curiosare. Che però vivono di opinione pubblica, soldi pubblici, incarichi pubblici”. Quegli stessi partiti con iscritti calanti (Il Pd non supera i 400mila, la Lega i 130 mila, Forza Italia i 100 mila) che a essere generosi non raggiungono, malgrado la proliferazione di nuove sigle partitiche,  neppure un milione di italiani. Quanto fa un milione diviso sessanta (gli abitanti del nostro Paese)? E’ giusto che un sessantesimo degli italiani decida per la stragrande maggioranza sempre più silenziosa e passiva? Ecco l’origine di ogni male, la madre di tutte le oligarchie. Le conseguenze sono già note e alcune si dispiegano proprio nei giorni in cui i partiti sono alle prese con le candidature.
La liturgia romana si ripete sempre uguale dall’alba della Repubblica.
Nomi calati dall’alto, collegi blindati assegnati ai soliti noti, con la farsa del limite di due mandati parlamentari che si negozia chiudendo un occhio e concedendo la solita deroga.  L’essenziale è che il pupillo (o la pupilla) del capo o il suo scherano vengano eletti. Ai territori non resta che disputarsi gli scarti. Un processo di natura coloniale, che mira ad arraffare seggi e voti, incurante delle storie, delle sensibilità, delle personalità  che regioni italiane diversissime tra loro sono in grado di esprimere. Un manipolo di capi partito accasermati nelle loro sedi che decidono per tutti. Risultato: la centralizzazione della scelta dei candidati e la pubblicizzazione (nel senso che i cocci sono nostri) dei loro errori e della loro obbedienza. Il contrario di quanto propugna il federalismo.
Intendiamoci: Miglio non faceva nulla per apparire un moderato. Era un eretico, un liberale radicale. Le sue provocazioni erano al limite dell’insolenza.  All’indomani della strage di Capaci, nel ’92, cui seguirà il martirio di Paolo Borsellino, pronunciò parole caustiche all’indirizzo della Sicilia e della mafia: “Se la vedano tra loro, con i loro mezzi, a casa loro. O si cambiano radicalmente i nostri rapporti con la Sicilia, o la situazione non potrà che peggiorare”. L’obiettivo era sempre quello, lo stato federale, anche a costo di consegnare la Sicilia a un’indipendenza ambigua come quella propugnata dal milazzismo. Il preside della facoltà di Scienze politiche alla Cattolica di Milano lo disse apertamente: “Abbiamo sbagliato nel primo dopoguerra, quando si impedì che diventasse indipendente”. Temi che avrebbe senso disseppellire in una campagna elettorale che scansa come la peste la crisi profonda del regionalismo al Sud, con la Sicilia in default e commissariata da Roma per inettitudine conclamata e reiterata della sua classe dirigente, ormai eterodiretta da Palazzo Chigi.  Eppure, di tutto si parla tranne che di una riforma dello stato in senso federalista.  L’unità di misura universale,  Lombardia compresa, sono i danee, le prebende, le elemosine, mentre non si sa che approdo avrà la trattativa per l’autonomia di un governatore dimissionario con un ministero senza ministro e un premier metà presidente (dimezzato) e metà candidato.
Più denari per tutti è lo slogan mercantile di imbonitori che sembrano usciti dalle televendite di infime tv locali.  Come se il banco (vedi alla voce debito pubblico) non fosse già saltato. Sempre più tirannide, direbbe lo scienziato della politica comasco, con dosi di vaselina che nel frattempo sono diventate industriali. Povero Miglio. E povera patria.

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