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Stati Generali, task-force, esperti: l’alibi dell’ascolto

“La politica è ascolto” è un luogo comune erroneo e pericoloso, che da almeno vent’anni ricorre in tutte le salse. 

No, caro eletto, se sei lì, al parlamento o al consiglio di quartiere, è perché io cittadino mi aspetto da te soluzioni. 

Il lavoro del politico non è l’ascolto, semmai questo può essere un mezzo, a volte un mezzuccio per giustificare la tua insipienza (ormai spesso sei diventato solo una mano che si alza a comando). Il tuo lavoro, caro politico è trovare soluzioni efficaci ai problemi, è per questo che ti abbiamo eletto.

Da dove nasce questa idea che la politica si faccia con l’ascolto e che è diventata un vero strumento di “distrazione di massa”? Ho provato a fare una breve lista.

  • Gli anni della concertazione. Tutto comincia secondo me nel 1993 (al governo c’era Ciampi), quando l’accordo tra governo di centro sinistra e sindacati consentì di affrontare con successo il problema dell’inflazione. Oggi questo sistema è entrato in crisi perché i corpi intermedi, i sindacati in primis, hanno assunto un atteggiamento solo corporativo, perdendo di vista l’interesse generale; la politica cerca più il consenso che la responsabilità delle decisioni e infine la società non è più basata sull’operaio ed il padrone. Quello che ci portiamo dietro è l’idea che la pratica politica passi attraverso l’incontrare persone. Oggi non è nemmeno più negoziazione come nel 1993, spesso è incontro fine a se stesso.
  • Il profilo di chi fa politica è cambiato, anche in maniera profonda. Prima si arrivava ad una carica elettiva dopo un lungo processo di selezione e formazione, che si trattasse delle associazioni giovanili, dei sindacati, dei partiti non ti trovavi dall’oggi al domani proiettato in una posizione senza aver percorso una strada, a volte anche lunga. Questo processo garantiva che chi aveva deleghe di rappresentanza politica fosse espressione degli interessi di un territorio o di una categoria, quindi conoscesse i problemi. Vi era poi un raccordo, che forse oggi manca completamente, tra i vari livelli di rappresentanza: dai consigli di quartiere al governo, che garantiva il flusso delle informazioni su problemi e situazioni particolari.
  • Il centralismo. Con l’idea di superare i problemi abbiamo accentrato le decisioni. Il decentramento locale non è stato mai messo davvero in atto, per quanto previsto dalla Costituzione più bella del mondo. L’Italia è lunga, con problemi e caratteristiche diverse anche nella stessa regione, il centralismo ha reso impossibile leggere lo specifico dei territori. Consideriamo ad esempio le scelte di politica industriale: queste nascono da territori, settori, filiere produttive che vanno lette ed interpretate. La politica industriale al contrario, resa centralistica, è diventata solo gestione della finanza pubblica con le leggi finanziarie. Il resto è solo inutile dettaglio che distrae soldi e toglie al governo lo spazio per seguire i suoi interessi.
  • La politica mediatizzata con social e tweet ha poi portato ad utilizzare questi strumenti per mostrare di essere attivi, per comunicare, quasi che un politico sia diventato alla stregua di un influencer, pagato in base ai follower ed ai like. I voti però sono un’altra cosa. 

Davvero non sappiamo di che cosa una nazione o una città hanno bisogno? Davvero ignoriamo quali sono i problemi che devono essere affrontati? Abbiamo davvero bisogno di Stati Generali, task-force ed esperti? 

Chi fa politica oggi deve avere un approccio realista, deve guardare a quello che succede senza idealismi di maniera o un pragmatismo ottuso. 

Abbiamo bisogno dell’ascolto per renderci conto del fatto che ci sono aziende piccole o grandi, artigianali o industriali che sono portatrici di valori, che garantiscono e generano occupazione, innovano, esportano, costruiscono il futuro? Queste vanno incentivate e supportate. Ce ne sono altre che non hanno possibilità di stare in piedi (quali che siano i motivi) e queste vanno aiutate a chiudere. È un atteggiamento crudele? Non credo, le risorse, sempre scarse per quante siano, sono degli italiani e vanno utilizzate bene.

Abbiamo bisogno dell’ascolto per capire che ci sono lavoratori che dolorosamente saranno espulsi dal mercato, aiutiamoli a trovare nuove opportunità, se è possibile, in ogni caso garantiamo loro una vita decente. Ma la maggior parte dei lavoratori vuole lavorare seriamente ed avere soddisfazione dal lavoro. Come la maggior parte degli imprenditori vuole lavoratori che lavorino bene, adeguatamente retribuiti, che siano stabilmente legati all’azienda. Cambiare il personale perché qualcuno va via spesso genera inefficienze anche nel caso dei lavori più umili.

Questa è un esempio di una visione realista che ci può aiutare a costruire: se vogliamo vedere la realtà scopriremo che il re è nudo. 

Diciamocelo finalmente ed una volta per tutte, togliamoci gli alibi: la politica non è ascoltare Stati Generali, task-force ed esperti, la politica è rispondere ai problemi con soluzioni efficaci, prendendosi la responsabilità delle scelte. 

Autore: Antonio Catalani – Centro Studi Associazione Tra Il Dire e Il Fare

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