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Riforma della pubblica amministrazione: adesso o mai più

A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

I governi dell’ultimo ventennio sono stati molto diversi tra loro, eppure tutti con un un’unica sfida che li ha accomunati: la riforma della Pubblica Amministrazione. La sua modernizzazione rappresenta, infatti, una costante tra le linee programmatiche dei governi e, malgrado questo, oggi più che mai torna a essere un’emergenza. Essa costituisce una priorità assoluta per un Paese appesantito da un enorme debito pubblico, da un’alta pressione fiscale e da tassi di crescita paurosamente negativi quest’anno, e comunque fin troppo flebili negli ultimi anni.

Il termine riforma, anche in questo ambito, è stato utilizzato impropriamente. A volte facendo riferimento a particolari componenti della Pubblica Amministrazione, come il personale o i procedimenti amministrativi, altre volte prendendo in considerazione alcune dimensioni della stessa, come quella finanziaria. Certamente si può affermare che raramente la riforma della P.A. è stata declinata di concerto con quella dell’assetto istituzionale. La riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, ad esempio, non ha introdotto interventi sostanziali in ambito amministrativo. Totalmente irrilevanti sono state le modifiche sulle macro organizzazioni e sugli organici all’indomani della riforma costituzionale del 2001. La stessa cosa è successa anche con la più recente Legge Del Rio del 2014, nella quale venivano delineati, per la prima volta in Italia, due livelli di governo basati su un sistema di democrazia di secondo grado, ma lasciando sostanzialmente invariati i corpi burocratici di province e città metropolitane: ennesima riforma lasciata a metà strada

Il termine riforma dovrebbe far riferimento a una modifica sostanziale dell’assetto amministrativo: rispetto alle fonti, rispetto ai modelli organizzativi, alle prerogative gestionali, ai compiti e ai rapporti con il settore privato e con i cittadini. Ma quasi mai i provvedimenti annunciati sotto il cappello di riforma hanno avuto il coraggio di introdurre provvedimenti tali da cambiare in modo sostanziale ed efficace i modelli e le regole di riferimento agli ambiti sopra richiamati.Ora, lo scenario che abbiamo davanti dopo questa esperienza pandemica che ha paralizzato il nostro Paese dovrebbe essere sufficientemente preoccupante da diffondere il giusto grado di coraggio e consapevolezza nei palazzi del Potere. Se non altro, per introdurre politiche incisive, decisive e tempestive che, in questo Paese, solo le emergenze sembrano in grado di smuovere. In questo senso, il “modello Genova” ha fatto scuola!

In una situazione inedita e gravissima come questa, l’Italia ha bisogno del coraggio di affrontare una vera riforma della Pubblica Amministrazione che sia colonna portante della nostra ripresa. E deve farlo ridisegnandone totalmente il perimetro di azione, liberando spazi oggi occupati anche impropriamente e introducendo modalità innovative. I cittadini e le imprese, che sono gli azionisti di riferimento dello Stato, se lo aspettano e si aspettano anche un cambio di paradigma culturale che trasformi la logica punitiva della Pubblica Amministrazione in logica di accompagnamento lungo percorsi di crescita e benessere.

Chissà quale politica sarà capace di attuarlo.

Autrice: Raffaella Della Bianca

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