Primo Piano

La responsabilità penale del datore di lavoro in caso di contagio da COVID-19

A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

  1. I primi interventi normativi in tema di contagio da Sars-Cov-2.

Nel corso del lungo periodo di cosiddetto lockdown, nell’ottica di riduzione e di contenimento dei contagi il Governo si è anche occupato di disciplinare le modalità di svolgimento di ogni attività lavorativa, sia quelle che non si sono mai fermate, sia quelle che, nella successiva Fase 2, avrebbero gradualmente ripreso. 

Come previsto dal DPCM 11 marzo 2019, le cosiddette Parti sociali hanno, pertanto, sottoscritto, in data 14 marzo 2020, un <Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e la diffusione del virus Covid – 19 negli ambienti di lavoro>.

In data 24 aprile 2020, il citato Protocollo è stato ampiamente integrato e, con provvedimenti successivi alla loro emanazione, entrambi i Protocolli sono stati resi obbligatori.

Tali strumenti legislativi prevedono le norme minime che ogni azienda deve garantire ai propri addetti, all’interno dell’ambiente di lavoro.

Tali strumenti contengono, infatti, Linee Guida condivise, per agevolare le imprese nell’adozione di protocolli di sicurezza anti-contagio; in essi sono disciplinate le modalità di informazione dei lavoratori, di ingresso in azienda, di accesso dei fornitori esterni, di sanificazione dell’azienda, di adozione dei dispositivi di protezione individuale, di gestione di persone sintomatiche, di svolgimento del cosiddetto smart work, delle trasferte, della sorveglianza sanitaria etc.

Contestualmente a tali provvedimenti, il Governo ha emanato il D.L. n. 18 del 17 marzo 2020 (c.d. Decreto Cura Italia), il quale, all’art. 42, comma 2, stabilisce che “nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato. Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro”.

È stato, cioè, esplicitato che i soggetti colpiti dal Covid – 2019 andavano considerati come infortunati sul luogo di lavoro, con conseguente competenza INAIL, ai fini assicurativi.

In questa babele di interventi, si aggiungeva la Circolare INAIL n. 13 del 3 aprile 2020, che tratta, tra l’altro, della tutela infortunistica Inail nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro. 

La citata Circolare Inail chiarisce alcuni aspetti concernenti la tutela assicurativa nei casi accertati di infezione da nuovo coronavirus (SARS-CoV-2), avvenuti in occasione di lavoro: secondo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie, l’Inail tutela tali affezioni morbose, inquadrandole, per l’aspetto assicurativo, nella categoria degli infortuni sul lavoro.

  1. Principi generali in tema di responsabilità penale del datore di lavoro.

Il florilegio di norme sopra ricordato è stato subito “calato” dagli osservatori più attenti nell’ambito del quadro normativo di riferimento in tema di responsabilità penale (e non) dei datori di lavoro in caso di infortunio. 

Il datore di lavoro, nell’operatività ordinaria, risponde, infatti, della mancata osservanza delle norme a tutela dell’integrità fisica dei lavoratori, in quanto titolare di una posizione di garanzia, che deriva in primo luogo dal disposto dell’art. 2087 c.c., dalle disposizioni contenute nel d.lgs. 81/2008, nonché dai contratti; tali fonti lo rendono garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro e/o dei terzi.

Così, infatti, la giurisprudenza di legittimità si è costantemente espressa in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro: “in forza della disposizione di cui all’art. 2087 del cod. civ. il datore di lavoro è garante dell’incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro, con la conseguenza che, ove egli non ottemperi agli obblighi di tutela, l’evento lesivo a carico del lavoratore può essergli addebitato in ragione della previsione generale di cui all’art. 40 secondo comma del cod. pen.” (ex plurimis, Cass. pen., Sez. IV, 12 gennaio 2005, n. 12230, Rv. 231142).

Appurata la sussistenza della posizione di garanzia in capo al datore di lavoro, ci si è interrogati in ordine ai possibili profili di responsabilità penale del datore di lavoro, che non si attivi per adottare tutte le misure necessarie ad impedire il contagio da coronavirus: la sua inerzia potrebbe in astratto assumere rilevanza penale ai sensi dell’art. 40, comma 2 c.p., il quale, come noto, equipara il mancato impedimento dell’evento da parte del soggetto inerte alla condotta attiva idonea a cagionare l’evento malattia-infezione del prestatore di lavoro.

Di conseguenza, un infortunio sul lavoro che cagioni una qualsivoglia lesione all’integrità fisica o la morte di un lavoratore, quale conseguenza del mancato rispetto delle norme anti-infortunistiche di un lavoratore, è punibile penalmente ai sensi degli artt. 589 o 590 c.p.

Nello specifico, il datore di lavoro risponde del reato di lesioni di cui all’art. 590 c.p. (salvo ipotesi di malattia lieve, guaribile in meno di 40 giorni, procedibile a querela), oppure di omicidio colposo ai sensi dell’art. 589 c.p. qualora al contagio sia seguita la morte, oltre alla circostanza aggravante della violazione delle norme antinfortunistiche (art. 590, comma 3, c.p.). 

Ulteriore onere per il datore di lavoro è rappresentato dalle disposizioni previste ex D. Lgs. n. 81/2008 (Testo Unico Salute Sicurezza e Lavoro).

Con il suddetto Testo Unico sono stati introdotti alcuni obblighi specifici in capo al datore di lavoro e, in particolare, il titolo V disciplina l’obbligo di valutare il rischio di esposizione ad agenti biologici. 

Nello specifico, l’art. 272 dispone che “in tutte le attività per le quali la valutazione di cui all’articolo 271 evidenzia rischi per la salute dei lavoratori il datore di lavoro attua misure tecniche, organizzative e procedurali, per evitare ogni esposizione degli stessi ad agenti biologici”.

È importante precisare che le violazioni di tali obblighi sono punite con l’arresto o con l’ammenda a prescindere che si siano verificati infortuni o, come in questo caso, infezioni da Covid-19

Di conseguenza il datore di lavoro non può esimersi dal gestire il rischio biologico da COVID, anche attraverso un aggiornamento o una specifica appendice del documento di valutazione rischi.

  1. Interventi chiarificatori di INAIL e Governo.

In un momento storico già di per sé delicato, oltre al timore di una inevitabile ulteriore crisi economica alle porte, si aggiunge, dunque, per tutti i titolari di impresa, il timore di incorrere in problemi giudiziari

La reazione dei rappresentanti del settore non si è fatta attendere, provocando, oltre a diverse polemiche, una reazione a catena che ha condotto gli esperti a fornire alcuni fondamentali chiarimenti. 

Sulla stampa di settore (in particolare Il Sole 24 Ore) sono comparsi numerosi articoli che evidenziavano come le imprese fossero “in rivolta sulla responsabilità COVID”, dando largo spazio ai rappresentanti di categoria che invocavano un cosiddetto “scudo penale” per le aziende.

Oltre a ciò, sulla stampa di settore si richiedeva un intervento governativo volto a chiarire che il rispetto dei protocolli fosse sufficiente a escludere la responsabilità dell’imprenditore, cristallizzando l’irrilevanza penale del contagio contratto in azienda.

Il Governo ha subito posto la dovuta attenzione sulla questione, attraverso diversi interventi, sia chiarificatori sia legislativi.

Innanzitutto, l’Inail con un comunicato stampa del 15 maggio 2020 ha precisato che “dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro” e che il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente delle infezioni di origine professionale solo se viene accertata la propria responsabilità per dolo o per colpa.

Lo stesso Inail ha affermato, inoltre, che i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail per gli infortuni sul lavoro sono differenti rispetto a quelli per il riconoscimento della responsabilità civile e penale del datore di lavoro che non si attivi nel rispetto delle norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

Tali responsabilità devono essere accertate rigorosamente, mediante la prova della colpa o del dolo del datore di lavoro, con criteri totalmente diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative Inail.

Il riconoscimento dell’infortunio da parte dell’Inail, pertanto, non assume rilievo quanto a sostegno all’accusa in sede penale, considerata la vigenza, in tale ambito, della presunzione di innocenza.

L’Inail, inoltre, non manca di ricordare che spetta al pubblico ministero provare che l’infortunio (in questo caso il contagio) sia avvenuto, in primis, sul luogo di lavoro e, in secundis, a causa delle mancanze organizzative di chi aveva la responsabilità di tutelare la salute dei lavoratori. È necessario, dunque, che sia provato il nesso causale tra la negligenza del datore di lavoro e il contagio stesso, attraverso il criterio della cosiddetta doppia inferenza.

I maggiori scrupoli posti dal comunicato Inail affondano le radici nella molteplicità delle modalità di contagio, nonché della mutevolezza delle prescrizioni da adottare sui luoghi di lavoro, oggetto di continui aggiornamenti. 

Successivamente, in data 20 maggio 2020, l’INAIL ha provveduto a rilasciare una nuova circolare, segnatamente, la n. 22/2020, con cui sostanzialmente ha confermato che “la responsabilità del datore di lavoro è ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n. 33. Il rispetto delle misure di contenimento, se sufficiente ad escludere la responsabilità civile del datore di lavoro, non è certo bastevole per invocare la mancata tutela infortunistica nei casi di contagio da Sars-Cov-2, non essendo possibile pretendere negli ambienti di lavoro il rischio zero. Circostanza questa che ancora una volta porta a sottolineare l’indipendenza logico-giuridica del piano assicurativo da quello giudiziario”.

Da ultimo si ricorda la Relazione Tecnica, emanata dal Governo quale allegato del Decreto Legge n. 34/2020, recante misure urgenti in materia di salute connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, che nella sua ultima formulazione stabilisce che “l’attuale fase di ripartenza, avviata nonostante il rischio di contagio sia ancora sussistente, presuppone la definizione del rischio accettabile” e, per tali ragioni, si precisa che dai datori di lavoro “si può esigere soltanto l’adozione delle misure di contenimento individuate dai protocolli e dalle linee guida”, senza, tuttavia, pretendere “a posteriori che abbiano fatto meglio e di più.

  1. Quando è configurabile, dunque, la responsabilità penale in capo al datore di lavoro?

Alla luce di quanto riportato e ricordando che l’onere della prova spetta al Pubblico Ministero, risulta evidente come, al fine della configurabilità della responsabilità di cui sopra, sia necessario accertare la sussistenza dei presupposti richiesti per i reati colposi di evento.

In primo luogo, occorre che vi sia stata una condotta antigiuridica (omissiva) del datore di lavoro, consistita nella violazione delle norme introdotte mediante i Decreti, mediante Protocolli condivisi, nonché dal D. Lgs. 81/2008.

Il solo accertamento di una delle violazioni appena elencate, tuttavia, non basta a configurare la responsabilità penale in capo al garante.

Resta, infatti, necessario accertare il nesso causale tra la violazione e l’evento – contagio.

Per semplificare, quindi, è possibile riassumere in tre semplici passaggi: 1) il datore di lavoro non adotta tutte le misure necessarie; 2) l’inosservanza delle norme (l’omissione) è stata causa del contagio da coronavirus; 3) il contagio ha provocato un’infezione (sufficiente ad integrare il reato di cui all’art. 590 c.p.) o, addirittura, il decesso del contagiato.

L’animo garantista di tali disposizioni traspare ictu oculi: se per la Pubblica Accusa sarà abbastanza agevole provare le circostanze di cui alla prima e alla terza dell’elenco sopra illustrato, lo stesso non potrà dirsi per il punto n. 2.

C’è chi ha parlato, infatti, di probatio diabolica a carico dell’Accusa, che dovrebbe, in primis, appurare che il contagio sia avvenuto nel luogo di lavoro e, in secundis, accertare il nesso causale (inosservanza delle norme – contagio). 

Qualora sia dimostrato, nonostante le difficoltà poc’anzi riportate, che il contagio sia effettivamente avvenuto nel luogo di lavoro, non sarà ancora possibile invocare alla penale responsabilità del datore di lavoro. Oltre al profilo oggettivo, ai fini della colpevolezza imputabile al titolare della posizione di garanzia, è necessario accertare la prevenibilità e l’evitabilità dell’evento.

Deve, dunque, essere accertato che il datore di lavoro, adottando tutte le cautele anti contagio previste dalla moltitudine di norme intervenute in questi ultimi mesi, avrebbe potuto evitare una situazione di pericolo per i lavoratori.

  1. Profili di responsabilità amministrativa dell’Ente ex D. Lgs. 231/2001 in caso di contagio sul luogo di lavoro.

Per quanto attiene alla normativa prevista ex D. Lgs. 231/01, è necessario individuare, anzitutto, le condizioni affinché sia possibile ascrivere ad un Ente una responsabilità per illecito amministrativo derivante da reato.

Il primo discrimen per la contestabilità dell’illecito amministrativo ad una persona giuridica è rappresentato dalla previsione nell’alveo dei c.d. “reati-presupposto” dei delitti di cui all’art. 589 e 590 c.p.

A tal proposito, l’art. 25 septies del D. Lgs in questione, introdotto con la L. n. 123 del 3 agosto 2007 e successivamente modificato dal D. Lgs. 81/2008 dispone che “in relazione al delitto di cui all’articolo 589 del codice penale, commesso con violazione dell’articolo 55, comma 2, del decreto legislativo attuativo della delega di cui alla legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura pari a 1.000 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.

Salvo quanto previsto dal comma 1, in relazione al delitto di cui all’articolo 589 del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a 250 quote e non superiore a 500 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.

In relazione al delitto di cui all’articolo 590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2, per una durata non superiore a sei mesi”.

Il secondo discrimen è rappresentato dalla sussistenza di un interesse o un vantaggio in capo all’ente, correlato alla commissione del reato o, come in questo caso, all’omissione di cui all’art. 40 cpv. c.p.

Secondo Giurisprudenza ormai consolidata, il vantaggio o l’interesse dovrebbe individuarsi nel risparmio correlato ad omessa appostazione di cautele, che avrebbero evitato il verificarsi dell’evento.

Nello specifico, sussiste interesse qualora sia stata consapevolmente violata la normativa cautelare al fine di evitare una spesa; quanto al vantaggio, quest’ultimo ricorre quando la mancata adozione delle misure di sicurezza abbia consentito una riduzione dei costi e, conseguentemente, un aumento dei profitti.

In una situazione di particolare difficoltà come quella in esame, la Società dovrà valutare l’opportunità/necessità di aggiornare, come detto, il DVR, con riferimento soprattutto al sopraggiunto rischio biologico da COVDI-19.

L’azienda dovrà, inoltre, gestire la ripresa aggiornando o adottando eventuali protocolli (sulla falsariga di quelli sopra citati) in tema di comunicazioni, formazione e informazione, dovrà comunicare all’Organismo di Vigilanza in ordine ai presidi posti a tutela del rischio contagio e dovrà mantenere un costante monitoraggio sulla efficacia di quanto definito.

  1. Conclusioni.

Per tirare le somme di quanto riportato nei precedenti paragrafi è agevole scomporre la vicenda formulando tre assiomi:

  1. il primo riguarda la responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio da Covid-19. È ormai pacifico che la contrazione del virus sia equiparabile ad un infortunio sul luogo di lavoro, essendo il lavoratore infetto meritevole di tutela Inail; è proprio tale riconoscimento a rendere il datore di lavoro quale titolare della posizione di garanzia prevista dall’art. 2087 c.c. e, come tale, astrattamente responsabile dei reati previsti dagli artt. 589 e 590 c.p.
  1. Successivamente, la stessa Inail, tuttavia, ha chiarito che il solo evento-contagio non è sufficiente ad integrare una responsabilità sotto il profilo penale, ma è necessario che sia provata (dalla Pubblica Accusa) la mancata osservanza delle misure precauzionali previste per il contenimento della diffusione del virus nei luoghi di lavoro.
  1. Provato l’eventuale mancato rispetto delle norme precauzionali, andrà, comunque, dimostrato il nesso causale tra tale omissione e l’evento dannoso (morboso o mortale) occorso a carico del lavoratore.
  1. Infine, qualora venisse ritenuta fondata la penale responsabilità del titolare della posizione di garanzia sul luogo di lavoro, sarebbe chiamato a risponderne anche l’Ente, per l’illecito amministrativo derivante da reato; l’art. 25 septies del D.Lgs. 231/01, infatti, ricomprende le fattispecie di cui agli artt. 589 e 590 c.p. fra i c.d. reati presupposto, ovverosia quei reati che, se commessi da un soggetto posto in posizione apicale e nell’interesse o a vantaggio dell’Ente, integrano la responsabilità per illecito amministrativo delle persone giuridiche.

Autore: Avvocato Enrico Giarda

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