Primo Piano

Caccia al bianco

Il Sudafrica è una democrazia dal 1994, quando, con le prime libere elezioni, l’African National Congress (ANC) di Nelson Mandela – Nobel per la pace 1993 – conquistò il potere nel paese, dopo averlo guidato fuori dall’apartheid.
L’ANC è stato descritto negli scorsi decenni come il movimento politico più progressista del continente africano e resta tuttora il partito di maggioranza assoluta nel paese, luogo incantato del turismo elitario nei parchi nazionali, terra di immense risorse minerarie e – come troppo pochi sanno – di indescrivibile, disumana, feroce violenza razziale.
Jacob Zuma, anch’egli dell’ANC, eletto Presidente nel 2009 e riconfermato nel 2014, si è dimesso nel febbraio di quest’anno, lasciando spazio al suo vice Cyril Ramaphosa, ricchissimo uomo d’affari, considerato un liberale-riformista in ambito politico e liberista in economia.
L’ANC è in difficoltà per il crescere di un partito rivale, l’Economic Freedom Fighters (EFF), che lo ha scavalcato a sinistra, avendo come punto centrale del programma la confisca (senza alcuna indennità) delle terre dei bianchi, al fine della redistribuzione in favore dei neri. Lo stesso Zuma prima delle dimissioni, fortemente indebolito da accuse di corruzione, ha pensato bene di cavalcare l’argomento degli espropri, fortemente sentito fra la popolazione nera (il 75% dei 54 milioni di abitanti). Mentre Zuma auspicava una riforma costituzionale (occorre una maggioranza dei 2/3 del parlamento) che renda legali le confische without compensation, il successore Ramaphosa ha appoggiato in parlamento una mozione proposta dal partito dall’EFF approvata con 241 voti a favore e soli 83 voti contrari. Tale mozione dà il via libera alla revisione costituzionale necessaria per rendere operativi gli espropri: entro il 30 agosto un Comitato porterà le proposte di modifica al Parlamento. La nomea di liberal-riformista di Cyril Ramaphosa appare, a questo punto, fortemente compromessa, mentre il Sudafrica sembra sempre più emulare lo scellerato esempio del confinante Zimbabwe, che il sempiterno dittatore socialista Robert Mugabe ha già condotto verso la scelta sciagurata della confisca delle terre dei bianchi, con risultati catastrofici per la stessa popolazione nera, ridotta alla fame nonostante le redistribuzioni terriere.
Mentre l’azione politica, ormai condivisa tra ANC e EFF, procede spedita verso l’espropriazione coatta delle fattorie dei bianchi, la realtà quotidiana è pure peggiore: nei raduni dell’EFF si canta da tempo l’inno “kill the boer” (per i sudafricani tutti i bianchi sono boeri), mentre vengono scanditi espliciti slogan che invitano la popolazione a eliminarli tutti entro cinque anni.
I farmers, quasi tutti afrikaneers (discendenti dai boeri, immigrati dall’Olanda nel 1600 insieme ad un manipolo di ugonotti, in fuga dalle persecuzioni subite in Francia) si aspettano l’imminente scoppio di una guerra razziale. Da anni, nel silenzio complice dei media e dei politici occidentali, i boeri sono fatti oggetto di rapine, saccheggi, assassini commessi da bande armate di neri. Almeno 3 mila bianchi, uomini, donne e bambini, sono stati massacrati nelle loro fattorie nell’ultimo decennio; ma la statistica è per difetto, perché l’ ANC al potere ha vietato la pubblicazione di dati su questi omicidi che disincentivano gli investimenti stranieri. La polizia ovviamente tende a non riportare gli spaventosi fatti, mentre le inchieste languono e si ha ragione di dubitare che vengano effettivamente condotte. La spessa coltre che avvolge i crimini è costituita, inoltre, dall’oscuramento dei siti web, dalla censura giornalistica, dal complice silenzio dei media dell’emisfero nord del pianeta, che evidentemente giudicano “politicamente scorretto” ogni riferimento alle stragi. Secondo l’inchiesta indipendente di Genocide Watch le modalità delle stragi sono raccapriccianti: donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati; famiglie intere sezionate coi machete, le interiora appese come festoni alle porte; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri fino alla morte.
Solo nel 2017 sarebbero stati sterminati settanta coltivatori, in 345 assalti alle fattorie (sempre più simili a vere e proprie azioni militari). Alcuni episodi vengono faticosamente alla luce perché le vittime, anziché di origine olandese-boera, sono inglesi: la BBC, nel silenzio generale, ha riferito di un massacro avvenuto nel febbraio 2017: Sue Howart, 64 anni, e il marito Robert Lynn, 66, stavano dormendo nella loro fattoria a 150 chilometri da Pretoria quando, alle 3 di notte, sono stati sorpresi da tre assalitori; i quali hanno torturato il marito con una fiamma ossidrica, lo hanno accoltellato selvaggiamente per fargli confessare dove tenesse il denaro; alla donna hanno bruciato la faccia, sempre con la fiamma ossidrica. Quindi hanno caricato i due feriti sul loro camioncino e li hanno portati nella savana. Il marito l’hanno abbandonato con un sacco nero legato alla testa, perché morisse soffocato, quanto alla donna…meglio evitare dettagli!
Occorre, peraltro, tenere conto che il 95% dei generi alimentari in Sudafrica è prodotto dal 3% dei coltivatori, che sono i bianchi. La popolazione nera non ha alcuna attitudine alla coltivazione agricola e le fattorie-modello create dai farmers boeri fanno gola per l’elevata produttività. La prospettiva della confisca mette a repentaglio l’intera sostenibilità alimentare del Paese e resta da capire come la paventata redistribuzione in favore della popolazione nera possa evitare la riduzione all’assoluta sterilità delle coltivazioni.
A fine novembre 2017 si è tenuto il Black Monday sudafricano: una manifestazione degli agricoltori bianchi che ha ricordato, di tono minore, quella della fine di ottobre, che vide migliaia di contadini mobilitati in tutto il Paese per bloccare, con i loro trattori e camion, le autostrade. Sui loro cartelli c’era semplicemente scritto “non uccidere la mano che ti nutre”.
Com’era ipotizzabile, le manifestazioni degli agricoltori bianchi, peraltro assolutamente pacifiche, hanno fatto riemergere isolate pulsioni razzistiche, con alcuni manifestanti che hanno sventolato la vecchia bandiera sudafricana cantando l’inno nazionale nel periodo dell’apartheid. All’interno della cosiddetta rainbow nation il contrasto tra etnie non solo è ancora irrisolto, ma volge sempre più verso lo scontro armato.
La gravità della situazione ha indotto perfino il governo australiano – sempre piuttosto rigido in materia d’immigrazione – ad accogliere i farmers che decidano di immigrare nell’isola dei canguri, abbandonando le fattorie sudafricane prima che sia troppo tardi. E non è tutto. Ho personalmente raccolto la testimonianza di un ufficiale di marina mercantile che fa spesso scalo nei porti sudafricani: egli mi riferisce di precisi ordini al personale bianco di fare rientro a bordo al tramonto perché, con le tenebre, inizia la caccia al bianco.

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