Primo Piano

BRIVIDI DA VIRUS

I rapporti di forza in Unione Europea al tempo del Covid

di Luigi Giorgio Palmisano

L’emergenza Covid 19 e i traumatici effetti economici che ne derivano – da crisi economica equiparabile alle sole piaghe bibliche – hanno generato il proliferare di una nuova nomenclatura fatta di acronimi, neologismi, locuzioni capaci di disorientare anche il più attento osservatore della fenomenologia lessicale europea.

Dall’indimenticabile whatever it takes” di draghiana memoria, lo shock sanitario-eco-finanziario ci ha proiettati verso la più recente, eccessiva sequela di neologismi che attenta quotidianamente alle nostre già scarne certezze.

“Eurobond”, “Coronabonds”, “Recovery Fund”, “SURE”, “MES” e via sillabando entrano prepotentemente nel linguaggio quotidiano, animando le discussioni (e gli incubi) di centinaia di milioni di europei.

Eurobond, ovvero l’illusione durata come la vita di una falena, utopia della solidarietà europea, ha fatto capolino anche in questa crisi da Corona Virus, dopo il miraggio apparso e rapidamente dissoltosi durante la crisi 2011-2012 (anche all’epoca, proposto e bocciato in un battito di ciglia).

Lo strumento di debito comune avrebbe dovuto certificare il cambio di marcia nella costruzione di un’unione finalmente politica e la dismissione degli egoismi nazionali. Ma l’affermazione di un principio mutualistico in sostegno delle economie più deboli è miseramente naufragato di fronte alla meno altruistica delle obiezioni: il rendimento di questi titoli sarebbe dovuto essere approssimativamente una media dei rendimenti dei titoli dei singoli Stati e avrebbe costituito, quindi, un costo più elevato per nazioni come Germania, Olanda, Austria e Francia che hanno rendimenti negativi o molto bassi, per tradursi in vantaggio (non sia mai!) per Paesi come Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, che si sarebbero finanziati a costi più contenuti rispetto ai titoli di Stato emessi singolarmente. 

Emmanuel Macron si era dichiarato convinto sostenitore di questa soluzione, dalla portata potenzialmente storica: “Io credo che l’Unione Europea sia un progetto politico. Se è un progetto politico, allora il fattore umano è la priorità e bisogna tenere in considerazione la questione della solidarietà. L’economia viene dopo, e non dimentichiamoci che è una scienza morale”. (Intervista al Financial Times del 17 aprile 2020).

Dunque la Francia, improbabile pioniera di politiche solidaristiche, si collocava inizialmente a Sud in Europa, alla latitudine di Nizza… salvo poi finire col riposizionarsi più a Nord, alla latitudine di Le Havre, che poi è – più o meno – la stessa di Francoforte.

I cugini transalpini hanno assunto questa postura zigzagante tra meridione e settentrione del Vecchio Continente, fra la rassicurante illusione di poter sedere al tavolo dei più forti – Germania e suoi satelliti – e l’occasionale e fugace frequentazione dei più sfortunati, già in passato oltraggiati dalla denominazione “PIGS” (qui la nomenclatura del 2012 attingeva direttamente alla zoologia, ricordate? Portogallo, Italia, Grecia, Spagna… “PIGS” che in inglese vuol dire “maiali”). Ecco, la Francia sembra svolgere un ruolo col suo ondivago procedere tra la vicinanza alle cicale (qui si passa all’entomologia) e le formiche, quelle che “l’economia non è ‘scienza morale’, bensì rigore contabile”.

Sennonché l’incedere oscillante (barcollante?) sembra aver contagiato anche la Nomenklatura teutonica, forse consapevole che non si possa sempre recitare il ruolo del gendarme severo, che ben può essere assegnato ad altri.  Musica e testo del ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz: “Siamo pronti per la solidarietà, ma una solidarietà ben ponderata”. Sintesi perfetta del nuovo corso: solidali sì, fessi no!

Un rullo di tamburo ha accompagnato la nuova ricetta Recovery Fund, confezionata e patrocinata dall’algida Von der Leyen a beneficio della platea invocante (con tanto di atto di contrizione per aver trascurato il nostro Paese, severamente martoriato dal flagello virale) ed ecco che il Parlamento Europeo, con risoluzione che ha mandato in brodo di giuggiole i romantici dell’europeismo tutto d’un pezzo, chiede l’introduzione di nuove risorse proprie per finanziare il bilancio comunitario, 505 voti a favore, 119 contrari e 69 astensioni. 

Un trionfo, ecco l’alba della nuova Europa! Progressi impensabili! L’Europa s’è desta…

Vero? No, per niente! Quel voto non conta nulla, è solo una risoluzione di indirizzo…poi ne parleranno i governi, i soli che possono raggiungere un accordo.
“Valuteremo”, “ci convocheremo”, “ne discuteremo…più avanti” – ci vuole pazienza perbacco!

Per l’approvazione, necessaria all’unanimità, bisognerà superare l’opposizione dei “frugali” (la nomenclatura si arricchisce di nuovi termini…), ai quali la sceneggiatura attribuisce la parte del gendarme severo (se poi sono quattro, meglio ancora, no?).

Dunque, Austria, Olanda, Danimarca e Svezia che puntano i piedi e fanno da contrappeso alla più accondiscendente Angela Merkel…sono loro (non lei!) ad avere un’interpretazione del bilancio europeo rigida, ancorata agli accordi precedenti alla pandemia, una visione parca dei contributi economici (suvvia, siamo seri!).

Non basta: anche ammesso che si possano convincere le formiche/gendarmi severi/frugali, come la mettiamo con i quattro di Visegrad? Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – percettori netti dei contributi UE – nient’affatto entusiasti all’idea di premiare il Sud Europa, magari a loro discapito? Se i contributori netti (fra cui l’Italia, terza in classifica dopo la Brexit) dovessero versare meno o distrarre altrove le risorse, che fine farebbe il flusso di denaro che da anni li sostiene?

Senza tralasciare il fatto che questi Paesi sono zone d’influenza del capitale tedesco, aree di riallocazione dell’industria elettrodomestica e automobilistica tedesca, uno scacchiere centro-europeo e germanocentrico intriso di condizionamenti reciproci.

E, comunque, il Recovery Fund qualcuno ha capito quale natura abbia? Prestito? Fondo perduto? Il primo si restituisce…il secondo è pura liberalità. Quali sono i termini, quali le condizioni, la durata, la consistenza? Un ibrido? Forse, ma con quali proporzioni?

E perché un contributore netto della U.E. dovrebbe farsi prestare denaro, che è anche suo, pagando interessi?

Fra tatticismi, accelerazioni e attendismo, nomenclatura e Nomenklatura giocano logoranti partite su più tavoli, fra lo sconcerto delle popolazioni ansimanti, ipnotizzate dal moto del pendolo, alla vigilia di un Semestro Europeo a guida tedesca…per il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio in ambito UE.

Brividi… 

Autore: Luigi Giorgio Palmisano

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