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Aumento sbarchi: l’Italia è divisa tra il ricatto turco e il grande bluff europeo

di Michela Mercuri

Da marzo a oggi più di mille migranti sono sbarcati sulle coste italiane, nonostante l’emergenza Covid o, forse, proprio grazie alla pandemia che ha spostato i riflettori sui temi sanitari, aiutando il governo a distrarre l’opinione pubblica dalla questione migratoria.

Solo per fare un esempio, qualche giorno fa, sono giunti sulle coste siciliane circa 70 migranti. Nello stesso periodo un “barchino” con 52 migranti subsahariani è approdato a Linosa, mentre altre imbarcazioni avrebbero condotto a Lampedusa più di 350 persone. 

Secondo quanto riferito da alcuni testimoni, i migranti sarebbero stati lasciati a pochi metri dalla spiaggia da una “nave madre”, che poi sarebbe riuscita ad allontanarsi. Gli sbarchi realizzati attraverso l’utilizzo di questo tipo di navi prevedono che all’imbarcazione principale vengano attraccati mezzi di dimensioni minori che vengono sganciati e dirottati verso i punti di approdo più vicini. Una volta compiuta questa operazione, l’imbarcazione torna verso le acque libiche o tunisine per nuovi “carichi”: una modalità sempre più utilizzata dalle organizzazioni criminali che permetterebbe un flusso ininterrotto di sbarchi.  

I dati ufficiali confermano questo trend. Secondo fonti del Ministero dell’interno, nel 2020, sulle coste italiane si contano, ad oggi, circa 5.500 sbarchi, contro i 1.800 dello stesso periodo del 2019. 

Una tale impennata è addebitabile a molteplici fattori. In primo luogo, l’escalation di violenze a Tripoli e dintorni, dalle cui coste partono la maggior parte dei migranti diretti in Italia, ha spinto molti a tentare la traversata, sfruttando anche le condizioni favorevoli del mare. In secondo luogo, va evidenziato come gran parte degli arrivi registrati negli ultimi mesi provenga dalla Tunisia. Non a caso, già lo scorso settembre un report dei servizi segreti italiani parlava di una connessione sempre più stretta tra le organizzazioni criminali tunisine e quelle libiche. Prova ne sia che i migranti che sbarcano sulle nostre coste non sono per la più parte tunisini ma subsahariani, quelli che solitamente utilizzavano le rotte dell’ovest libico. 

E’ plausibile ipotizzare che le organizzazioni criminali libiche abbiano deciso di sfruttare la vicina Tunisia in virtù dei notevoli vantaggi di natura logistica: le sue coste sono più vicine all’Italia rispetto a quelle della Libia e dunque i viaggi sono meno costosi e rischiosi, condizioni favorevoli anche per i jihadisti diretti verso l’Italia

Infine, fatto più grave, questa nuova escalation di partenze, che ha tutta l’aria di essere un ricatto orchestrato dalle autorità di Tripoli per ottenere nuove “concessioni” da Roma, celerebbe la longa manus della Turchia, alleato di ferro del premier tripolino al- Serraj, interessata a trattare con l’Italia questioni di ben altra natura. Tra queste, ad esempio, la possibilità di sfruttare l’accordo per imporre una ZEE (Zona Economica Esclusiva) nel tratto di mare tra Libia e Turchia, che finirebbe per sottrarre a Eni importanti giacimenti off-shore. Non a caso, pochi giorni fa le agenzie di intelligence italiane hanno lanciato l’allarme di 20.000 migranti pronti a partire dalla Libia alla volta dell’Italia. Tutto questo ci porta a un’ovvia conclusione: chi ha le chiavi dei flussi ha il potere di “aprire i rubinetti”, e in questo caso è Erdogan a farla da padrone.

Al di là delle ipotesi, una cosa è certa: l’Italia è da sola nell’affrontare il problema degli sbarchi. Eppure proprio lo scorso settembre i ministri dell’interno di Francia, Germania, Italia e Malta avevano raggiunto un accordo sulla loro “redistribuzione”, salutato con grande entusiasmo dall’attuale governo. Un entusiasmo a dir poco ingiustificato, visto che il “club franco-tedesco” si era affrettato a chiarire che l’adesione all’accordo era solo su base volontaria e, dunque, al di fuori del Trattato di Dublino. A dir poco un contentino per l’Italia e una débâcle per l’Unione Europea, la quale dovrebbe essere un’organizzazione basata su leggi e non su decisioni del momento, pronte a decadere quando la questione sbarchi assumerà dimensioni troppo rilevanti per essere risolta con un semplice “atto di gratuito buonismo”. Dati alla mano, dunque, l’accordo di Malta, sbandierato come una vittoria dal Ministro dell’interno Lamorgese, può essere al massimo l’ennesima vittoria di Pirro o l’ennesima abnegazione a Francia e Germania, pronte a sacrificare l’Italia in nome dei loro confini e dei loro interessi nazionali. E’ plausibile ipotizzare che con il ritorno in mare delle navi delle Ong gli sbarchi aumenteranno e le belle parole di Malta si scioglieranno come neve al sole. Ma c’è di più: l’accordo riguarda solo le persone soccorse nel Mediterraneo centrale dalle Organizzazioni Non Governative, dai mezzi militari e dalle navi commerciali, ma non riguarda coloro che arrivano autonomamente o con barchini di fortuna. Un modo per lasciare all’Italia la “patata bollente” di tutte le migliaia di persone giunte direttamente sulle sue coste, così come accaduto negli ultimi mesi e così come era prevedibile fin dall’inizio, visto che già durante il summit de La Valletta gli arrivi in Italia avvenivano in buona parte con sbarchi fantasma provenienti proprio dalla Tunisia. 

Ecco, in sintesi, la sconfitta dell’attuale governo italiano, diviso tra l’indifferenza europea e il “ricatto turco”: un “cul de sac” dovuto all’assenza di una chiara visione della politica estera e all’incapacità di liberarsi dalle catene del “grande bluff europeo”.

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