Il Corsivo

“Dimmi qualcosa di bello”

Ho sempre avuto il sospetto che la distanza tra materia e pensiero non fosse così ampia come ci raccontavano.
Forse è stata la prima cosa che ho detto a Davide, quanto ci siamo conosciuti. “Sono un anti-illuminista” gli dissi. Detestavo il modo in cui, in quel eccesso di follia razionale settecentesca, Voltaire e compagni avevano deciso di creare una frattura secca, irrazionale, tra materia e pensiero, arte e scienza, passione e ragione.
Nella delirante foga onnicomprensiva per la stesura dell’Encyclopédie, i padri dell’Età dei Lumi avevano dimenticato metà dell’Universo: l’invisibile. Dimenticato o, peggio, additato come “non reale” solo perché non visibile.
Trecento anni dopo, scomparso l’effetto abbagliante dell’Illuminismo, l’uomo ricomincia a guardarsi attorno, i contorni prima offuscati si fanno più nitidi, i sensi, mai stati solo cinque, riprendono contatto con l’interezza della creazione.
In questo risvegliarsi, in questo “tornare a vedere”, è proprio la scienza che, come Bruto con Cesare, pugnala i suoi padri putativi e con la fisica quantistica si getta alla ricerca romantica della “teoria del tutto”, ci parla di “materia oscura”, di universi paralleli, di campo unificato e, udite udite, della forza senza confini dell’amore.
Si dell’amore. Tutto d’un tratto, l’invisibile per eccellenza viene cercato, indagato, descritto, ipotizzato e tradotto, in un estremo atto di prudenza e di paura, in equazione.
“Dimmi qualcosa di bello” – disse lei.
“(∂ + m) ψ = 0” – rispose lui.
“E’ l’equazione di Dirac, la più bella creata dalla fisica – disse lui – Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo, anche brevissimo, e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.
Lei lo guardò e, per la prima volta, pensò che la scienza non era poi così male.

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