L'Editoriale

Che cosa hanno in comune Churchill, Montanelli, Gandhi e Cristoforo Colombo?

L’odio del politically correct, il “gretismo” intransigente e gli ideologi della globalizzazione indiscriminata, forti di una presunta superiorità morale, vogliono cancellare la Storia. Perché?

Non c’è alcuna giustificazione al comportamento del poliziotto bianco che ha soffocato George Floyd, a Minneapolis. Ma non c’è nemmeno giustificazione alla furia iconoclasta che in tutto il mondo cerca di cancellare la Storia vandalizzandone la memoria. 

È davvero solo un sentimento antirazzista che muove le persone di tutto il mondo occidentale a manifestare violentemente, distruggendo o insudiciando statue di certi uomini o c’è qualcosa d’altro? Chi sono? Che cosa vogliono? Da dove hanno origine i loro sentimenti ed i comportamenti? Certo, in questo caso tutto nasce dagli afroamericani, direttamente interessati, come è comprensibile, da quella triste vicenda. Anche se vorrei ricordare che i tanto vituperati Stati Uniti sono stati l’unico Paese occidentale finora ad aver eletto come presidente Barack Hussein Obama II. Per quale motivo Nancy Pelosi, Speaker della Camera dei rappresentanti, ha scritto in una sua lettera al Senato:” The statues which fill the halls of Congress should reflect our highest ideals as Americans. Today, I am once again calling for the removal from the U.S. Capitol of the 11 statues representing Confederate soldiers and officials. These statues pay homage to hate, not heritage”. Ma che c’entra l’Italia in tutto ciò?

Come nasce questa convergenza tra diseredati e gruppi di intellettuali, spesso benestanti, che ha interessato solo le due rive dell’oceano? 

Perché nessuno ha protestato con la stessa forza per quello che avviene in alcuni Paesi Arabi (con i quali continuiamo a fare lauti affari) o in Cina, che abbiamo arricchito e proclamato troppo facilmente “fabbrica del mondo”? 

Ho cercato di capire e voglio proporre le mie riflessioni. 

Abbattere le statue non è certo una prassi nuova: ogni volta che una qualche parte religiosa, politica o sociale vuole sovvertire il contesto, sembra quasi che “il popolo”, abbattendo monumenti che raccontano il passato storico, si svegli dal letargo e possa realizzare il cambiamento mediante la semplice distruzione dei segni della memoria. 

È avvenuto con la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Culturale in Cina, i Khmer rossi in Cambogia, fino alla follia dei Talebani che portò a distruggere le gigantesche statue del Buddha, vecchie di più di 1500 anni nella valle di Bamyian. 

Insomma, distruggere monumenti (a volte anche brutti e poveri di valore artistico) e il relativo bagaglio simbolico vorrebbe essere un processo alla Storia, per cancellarla con un comportamento fanatico che a me ricorda quello dei militanti di Al Qaida e dell’Isis. Non è certamente così che si risarciscono le vittime del colonialismo o delle altre ingiustizie che hanno caratterizzato la nostra società. Né è così che si costruisce un mondo nuovo.

La Storia va studiata, approfondita, letta in relazione ai contesti: certo, è meno divertente e più faticoso che manifestare! 

Solo la conoscenza e l’istruzione ci daranno gli strumenti per superare, per cambiare la società, specie se si pretende e ci si fregia di avere obiettivi nobili.

A che cosa ci porta distruggere monumenti o cancellare film per nascondere elementi della nostra civiltà? Cercare di cancellare la Storia, ciò che di buono o di cattivo è stato, non solo non vuol dire non risolvere i problemi. 

Vuol dire rinunciare alla nostra identità ed alla nostra cultura. 

Questo atteggiamento mi sa molto più di censura che di rifondazione sociale. 

E se, non dico il fine voluto, ma per lo meno la conseguenza di questa furia iconoclasta fosse proprio questo? Cancellare le diverse identità e la ricchezza delle culture?

Che mondo sarebbe oggi senza Churchill (forse l’artefice principale della sconfitta nazista), Gandhi (l’uomo che ha lottato pacificamente per l’indipendenza dell’India) o Cristoforo Colombo che per caso ha scoperto l’America, simbolo del coraggio e della curiosità dell’uomo? Che senso ha che il sindaco di Londra, Khan, annunci la revisione totale dei monumenti della città?

Secondo me una spiegazione c’è: le radici di questi comportamenti sono legate alla cultura del politically correct, al “gretismo” e alla globalizzazione forsennata. Queste tre religioni hanno in comune la presunta superiorità morale che contraddistingue i loro adepti. 

Partiamo dalla prima. Il politically correct ha origine negli Stati Uniti, negli ambienti della sinistra, negli anni Ottanta. Questo orientamento ideologico vuole che il linguaggio non manifesti pregiudizi di alcun genere nei confronti delle persone. In alcune Università americane sono stati redatti i cosiddetti speech codes proprio per definire il linguaggio più appropriato. Anche in Italia questa onda ha colpito: in caso di guerra parliamo di “danni collaterali” invece che strage di civili, diciamo “guerra preventiva” anziché aggressione, dichiariamo che il nemico è stato “neutralizzato”, invece che ucciso. O ancora “non vedente”, “diversamente abile”, “Paesi in via di sviluppo” (sottosviluppati), i poveri sono diventati “non abbienti”, fino alle mostruosità legate al genere come la sindaca, l’ingegnera (peccato che non possiamo dire il dentisto) o ai lavori, che hanno trasformato lo spazzino in operatore ecologico. La lista è lunga. Ma il linguaggio genera la forma del pensiero. Censurare alcune espressioni, usate spesso senza alcun intento denigratorio, è semplicemente censurare. 

In realtà questi ideali egualitari si sono trasformati, per l’intransigenza, in conformismo e tirannia ideologica: per rivendicare la giustizia sociale si è creata una pericolosissima ipocrisia istituzionale. 

La seconda componente è “il gretismo”, una forma di rovinoso e irragionevole fanatismo ecologico che tende a modificare radicalmente i processi di produzione e di consumo della nostra società. 

Che sia necessario ricercare un rapporto più equilibrato tra uomo e ambiente ha senso. Che vi sia una scadenza al farlo, pena la distruzione della natura, non pare una istanza dimostrabile e realistica. 

Né è accettabile che questo eco-moralismo ci spinga a vivere come nei Paesi poveri. Per cui Greta Thunberg non dovrà utilizzare un ipertecnologico panfilo dei Casiraghi per andare a New York, ma utilizzerà canoe tradizionali o barche a vela (attenzione ad utilizzare solo legname da foreste certificate). 

È praticamente impossibile far accettare le politiche sostenibili ai Paesi poveri, che oggi producono la maggiore quantità di emissioni, perché ciò ne ritarderebbe lo sviluppo. Anche ai governi occidentali, al di là delle dichiarazioni di principio, è sempre più chiara l’insostenibilità degli obiettivi. I tempi per conseguire il cambiamento di paradigma energetico sono molto lunghi, ma questo percorso incide in maniera profonda sulla vita di miliardi di persone. Il tutto diviene assurdo per la parte più disagiata della popolazione, che sarebbe obbligata ad un cambiamento profondo dei comportamenti quotidiani. 

Una sola cosa è certa. O le politiche climatiche porteranno ad un nuovo paradigma che, richiedendo enormi investimenti, avvantaggerà solo chi dispone del capitale. Oppure genereranno una drammatica bolla di decrescita che ancora una volta peserà sulle spalle della parte più povera della popolazione. Ancora una volta, in entrambi i casi, aumenterà il divario tra ricchi e poveri.

Realismo e sostenibilità economica e sociale spingono verso un utilizzo più intelligente delle tecnologie per abbattere le emissioni.

Abbiamo infine il terzo elemento, la globalizzazione forsennata.
Se leggiamo in modo realistico il risultato di alcuni decenni di globalizzazione sulle persone, possiamo constatare che questa ha prodotto solo tre frutti: maggiore precarietà, perdita dell’identità storica e consumo di massa. Ben poco di buono, francamente. 

Se pensiamo agli attori della globalizzazione, questa ha giovato alla finanza che, grazie alla smaterializzazione dei capitali, alla necessità di copertura dei deficit degli Stati ed al bassissimo livello di regolamentazione, ha accresciuto a dismisura il suo potere ed i suoi profitti. Ha anche giovato ai grandi gruppi imprenditoriali, strettamente legati ai gruppi finanziari, che agiscono al di là dei confini nazionali, spesso operando contro gli interessi degli Stati stessi (un buon esempio sono le politiche fiscali praticate da questi).

Se l’ideologia del libero scambio era che il benessere deriva dal fatto che ogni Paese si specializza in alcune produzioni per cui è più vocato oppure ha capacità di creare un solido vantaggio, in condizioni di perfetta concorrenza, tutto ciò è molto lontano dall’essersi realizzato. 

La guerra economica è la nuova guerra fredda e forse sta producendo maggiori danni.

La globalizzazione crea uno stile di vita e di consumo massificato, ha bisogno del collante di una ideologia che si basi sul fatto che tutte le popolazioni aderiscano alla sua proposta culturale. Ha bisogno di cancellare le specificità culturali, di cancellare la memoria storica e per farlo colpisce valori, e simboli che la rappresentano.  

Aderire a questa furia iconoclasta o non combatterla; credere che la società si modifichi cambiando i nomi alle strade o togliendo le statue; pretendere di rileggere la Storia senza capirne la natura profonda attraverso la quale si sono formate le diverse culture; agire dietro lo scudo di una presunta superiorità morale è semplicemente figlio di ignoranza e stupidità. 

Toccare Montanelli o Pasolini, le statue o le targhe stradali che li ricordano, il cui privato pure per motivi opposti può sembrare deprecabile ad alcuni, significa cercare di cancellare la Storia, di distruggere una identità culturale profonda, di cui io sono orgoglioso. 

E voi? 

Autore: Antonio Catalani – Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

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