Economia & Lavoro

Welfare impossibile

Quando si dibatte su modelli di welfare, nell’immaginario dei cittadini si pensa sistematicamente alle dinamiche che riguardano principalmente il mondo del lavoro e al benessere da garantire a quelle fasce di lavoratori, che per la loro collocazione, rappresentano i settori meno tutelati.
Difficile per molti comprendere che all’interno di questo fondamentale contenitore sociale possa trovare piena cittadinanza il concetto della legalità e della sicurezza ad essa connessa.
Un errore invece sottovalutare questo aspetto.
Tentare di esporre quali siano gli ambiti nei quali la sicurezza, necessariamente declinata nel principio legalitario, diventa fondamentale per lo sviluppo di politiche di tutela economica e sociale dei lavoratori.
Le forze politiche e sindacali si confrontano fra loro, proponendo alcuni progetti indirizzati ad indicare modelli distinti di nuovo welfare.
Tutti hanno la loro precisa e determinata ricetta, nessuno, se non in modo superficiale, chiarisce come individuare le risorse necessarie per la sostenibilità dei propri elaborati.
Soprattutto in un paese come il nostro, nel quale il principio di economicità viene calpestato quotidianamente da sprechi e da un’assenza di politiche indirizzate a contenere la spesa corrente attraverso riforme strutturali.
Sommando questi effettivi limiti nell’azione dei vari governi, nell’opera di molte amministrazioni locali e nella condotta di molti apparati dello Stato, con il condizionamento perpetrato da soggetti esterni pericolosi per qualsiasi società civile, come lo sono le organizzazioni criminali di stampo mafioso, si comprendono quali siano le difficoltà nel realizzare sistemi di welfare efficace.
Sottovalutare o tacere di queste oggettive ed incontrovertibili ostacoli, rileva un atteggiamento frequente nel nostro paese, e cioè quello di nascondere sotto il tappeto lo sporco, che sarebbe utile invece eliminare.
A questo proposito e utilizzare un esempio a sostegno delle considerazioni fin qui evidenziate, propongo di fare un piccolo tuffo nel passato ed utilizzare come base di ragionamento quella che è stata la proposta forse più significativa, ma ora scomparsa nel dibattito politico, che fece il professor Ichino, il quale riuscì ad alimentare un dibattito politico di assoluto valore, r non condividendone la sua proposta strutturale.
Il professor Ichino è il più esimio fautore di una trasposizione in Italia del sistema del welfare che è stato implementato anni fa in Danimarca, e che tra gli studiosi è comunemente riconosciuto con la denominazione “Flexsecurity”.
Nella stessa definizione è evidente l’accettazione sistemica della flessibilità nella forza lavoro e nelle sue dinamiche, come elemento essenziale per far fronte alle difficoltà che attraversano il mondo e che hanno determinato una lunga e forte recessione economica.
Allo stesso tempo, il welfare danese prevede una vera rete di protezione sociale nei confronti dei “lavoratori flessibili”, assicurando loro il benessere necessario.
Ma in Italia questo impianto di welfare, comunque avanzato, può trovare piena applicazione?
Sicuramente ha incontrato la piena cittadinanza ideologica di molti supporter del professore Ichino, ma una sostenibilità fattibile attraverso risorse sufficienti nel nostro paese può trovare difficoltà oggettive di realizzazione.
Diventa a questo punto importante esaminare la proposta attraverso dati empirici, ma fondamentali per comprenderla.
In Danimarca il lavoratore che perde momentaneamente l’impiego percepisce, per almeno i primi 12 mesi, un’indennità di disoccupazione che tocca il 90% dell’ultimo stipendio percepito.
Il settore pubblico danese comprende il 36% della forza lavoro, pari a quasi il doppio di quello italiano, significando che la stessa struttura statale di fatto funge come ammortizzatore sociale, che compensa eventuali carenze d’occupazione.
La quota assistenziale per i bambini in età di asilo nido, tra 0 e 3 anni, in Danimarca copre di media il 68% dell’ammontare, in Italia solo il 7%;
La Danimarca spende nelle politiche attive del mercato del lavoro il 4,5% del PIL, in Italia l’1,4%, tradotti in circa 21 miliardi di euro l’anno. Per realizzare il sistema danese in Italia, contemplando che in Danimarca il numero della popolazione è pari a quello che abbiamo nella sola Lombardia, ce ne vorrebbero almeno 70 miliardi l’anno.
Il prelievo fiscale medio in Italia attualmente si avvicina a quello della Danimarca che supera il 50%, mentre l’IVA danese grava sui consumi con un’aliquota del 25% e quella marginale sul reddito tocca il 63%. Ma esiste anche un altro aspetto importante che ci fa capire quanto sia arduo e molto faticoso il percorso che ci porterebbe all’applicazione della “Flexsicurety”: quello legalitario.
In Danimarca l’evasione fiscale è marginale, se non esistente proprio, in Italia il fenomeno impedisce alle casse dello Stato di incamerare 120 miliardi di euro circa ogni anno.
Il paese scandinavo non ha nel territorio, nel tessuto sociale e nella propria cultura la presenza di alcuna organizzazione mafiosa, che di fatto in Italia funge da blocco non solo sociale, ma anche economico.
Il quotidiano “il Sole 24 ore”, portavoce dell’imprenditoria italiana, attraverso un loro qualificato studio, computa un giro annuo di almeno 17 miliardi di euro, che emerge nel rapporto tra il denaro in circolazione e le transazioni in contanti, per evidenziare a che livello si è arrivati nell’attività di riciclaggio e pulizia del denaro proveniente da attività illecite. Secondo le stime molto attendibili dello stesso studio, l’economia sommersa italiana ingloba almeno il 20 % del nostro Prodotto Interno Lordo.
L’economia italiana si regge ormai sull’illegalità di massa. Nell’ultimo decennio il Ministero del lavoro ha smesso seriamente ad ispezionare le aziende, Quando lo fece in passato, in un biennio su 842.000 aziende ispezionate ne ha registrate ben 522.000 non in regola, con 534.000 lavoratori sotto inquadrati rispetto alle loro funzioni. Tra questi risultano lavorare in nero ben 334.000, più di un terzo immigrati.
Un rapporto del CENSIS, realizzato per Commissione Parlamentare Antimafia, rileva in quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) una presenza mafiosa in 610 comuni con una popolazione di 13 milioni di abitanti pari al 22% della popolazione italiana e al 77 % della popolazione delle stesse quattro regioni. A questo 22% corrispondono il 14,6 % del PIL nazionale, il 12,4 % dei depositi bancari e il 7,8% degli impieghi. E sappiamo benissimo quanto sia importante l’attività delle amministrazioni locali nella realizzazione di piccole o grandi opere pubbliche, al fine di incoraggiare vere opportunità di lavoro ed occupazione.
Anche in questo settore il futuro Governo italiano dovrà essere in grado di reperire risorse necessarie al fine di sostenere il mondo del lavoro, anche attraverso una precipua attività di contrasto all’illegalità diffusa, e alla prevenzione di possibili infiltrazioni mafiose nelle gare d’appalto.
Qualificare attraverso un percorso formativo specifico per le Forze dell’Ordine e sostenere con seri investimenti una maggiore presenza sul territorio delle stesse in questo settore vitale non è più procrastinabile.

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