Economia & Lavoro

UN APPROCCIO ECONOMICO AI PROBLEMI DEL COVID-19

A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Premessa

Questo documento propone un approccio complessivo ai problemi che l’economia italiana sta vivendo, come conseguenza della pandemia da corona virus. Si tratta di problemi nuovi, mai affrontati nella letteratura accademica, senza precedenti da cui si possano dedurre best practice; portano quindi, nella formulazione, ad immaginare soluzioni che richiedono la necessità di sgombrare il campo dagli approcci tradizionali. 

La strada per immaginare una cura a questa grave pandemia economica ci obbliga a mettere da parte una serie di taboo, non sono consentite sperimentazioni o azioni graduali: ne va della vita del paziente. La sopravvivenza è legata sostanzialmente alla velocità ed alla profondità degli interventi. Il rischio è il collasso della nostra società.

Con documenti successivi approfondiremo, quando è necessario, gli aspetti tecnico-realizzativi.

La situazione attuale

La crisi che stiamo vivendo, ormai è chiaro a tutti, ha caratteristiche di eccezionalità per l’imprevedibilità della sua durata, per l’estensione globale e per la forzata interruzione di un grande numero di attività.

La metafora della guerra, anche se suggestiva, non ci aiuta a comprendere come gestire il dopo, che potrebbe essere molto drammatico per le famiglie e le imprese. I motivi fondamentali sono:

● dopo la guerra vi è la ricostruzione, quindi la necessità di far ripartire attività produttive ad alta intensità di lavoro e non solo di capitali;

● durante la guerra l’industria delle armi produce molto e consuma molto;

● le guerre hanno sempre prodotto innovazioni tecnologiche che poi hanno avuto una pronta applicazione sulle attività produttive verso il mercato;

● lo spirito della ricostruzione è positivo ed è caratterizzato dal fare per il futuro.

È evidente che nel nostro caso, pure se l’industria della salute è pienamente attiva, non ha né le caratteristiche di consumo, né quelle di generare innovazione. anche se in realtà questa crisi ci stimolerà a mettere a punto innovazioni di tipo organizzativo e relazionale.

Non dobbiamo ricostruire il patrimonio edilizio o gli stabilimenti di produzione ed è difficile prevedere come ne usciremo dal punto di vista psicologico. 

Il primo impegno è quello di appiattire la curva dell’epidemia per consentire agli ospedali di organizzare in maniera adeguata le strutture per l’emergenza: questo implica un notevole dispendio di tempo. Tuttavia, maggiore sarà il tempo necessario per appiattire il picco, maggiore sarà l’impatto sulla economia, posto che, presumibilmente, fino alla disponibilità del vaccino (non basta infatti scoprirlo, ma bisogna produrlo e distribuirlo) non si potrà parlare di una vera ripartenza.

La situazione dal punto di vista economico è completamente nuova ed è piuttosto probabile che si verifichi, in mancanza di appropriati interventi, una situazione di questo tipo:

1. il panico e l’incertezza nelle famiglie e nelle imprese portano ad un crollo dei consumi e degli investimenti;

2. il tracollo della domanda porta a mancanza di liquidità, all’inesigibilità dei crediti e quindi a fallimenti e chiusure;

3. la disoccupazione cresce;

4. i redditi da lavoro crollano e la domanda si contrae ulteriormente.

Se non si interviene in maniera adeguata il rischio è quello di una serie consecutiva di cicli che ogni volta ci riportino al punto 1, e così via, innescando un circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire.

Facciamo due conti

Impatto sul PIL:

immaginiamo che le attività economiche subiscano un crollo del 50% per un mese e del 25% per i due mesi successivi grazie a parziali riaperture (Gourinchas, 2020). Questa ipotesi è ottimistica e comporta che 

  • alla fine del terzo mese tutte le attività produttive siano attive 
  • che la domanda e l’offerta siano immediatamente riallineate, 
  • che non vi siano ondate successive. 

Di conseguenza il calo del PIL sarebbe pari ad un -8,4%. È evidente che questa ipotesi, a seconda dell’evolversi della situazione, deve essere corretta non solo nei tempi previsti, ma anche nell’impatto che deriva ai consumi, all’export, al turismo e così via. Allo stato attuale delle cose l’Ipotesi sopra descritta può essere considerata la più favorevole; in questo caso dobbiamo valutare un calo del PIL non inferiore al 10%. Quello che succederà dopo in termini di andamento della ricchezza prodotta dipende dalle scelte politiche e da quello che si riuscirà a realizzare. Senza mai dimenticare il non trascurabile effetto di una crisi che è globale e che vede nell’export e nel turismo fonti importantissime del PIL nazionale.

Vale la pena ricordare che la crisi del 2007, che ha interessato il sistema finanziario, ha portato ad un crollo del PIL del 4,5% ed a distanza di 13 anni non si avevamo ancora recuperato quanto perso.

Secondo una comune considerazione empirica dobbiamo mettere in circolazione tanta moneta quanta ne viene distrutta, ma per generare un effettivo rilancio bisogna investire in infrastrutture e nella manutenzione delle strutture esistenti, fisiche o virtuali, con progetti concreti, efficaci e qualificanti. Ricordiamo ancora una volta che il problema non è il debito, ma il rapporto tra questo ed il PIL. Gli investimenti devono proprio favorire la crescita del PIL.

Interventi urgenti:

in questo scenario ottimistico è assolutamente necessario che vi siano alcuni interventi immediati:

●    si garantiscano alle famiglie che abbiano perso ogni fonte di reddito o la possibilità di sospendere il pagamento delle tasse, dei tributi e dei mutui o la liquidità necessaria per pagare gli affitti ed i consumi essenziali

●   si garantiscano alle aziende, soprattutto a quelle piccole e nuove, anche in mancanza di ricavi dovuti alla chiusura obbligatoria o la possibilità di pagare gli stipendi e di pagare i fornitori

  • Si attivino in tempi brevissimi i cantieri già finanziati.

La velocità con cui si interviene riduce notevolmente l’impatto negativo sulla vita delle persone e delle imprese.

Interventi contingenti di breve periodo:

●   mettere in linea le strutture sanitarie e le dotazioni strutturali e di materiali di consumo per gestire una possibile ulteriore ondata

●   finanziare gli interventi per garantire liquidità alle famiglie ed alle imprese

●   mettere a punto un intervento fiscale significativo

Interventi strutturali:

  • Intervenire sulla spesa pubblica per liberare risorse, ma soprattutto metterne in discussione l’articolazione e l’efficienza. Non si tratta di un approccio a tagli lineari, ma di una profonda e radicale revisione dei processi burocratici per quanto riguarda la vita delle persone e delle aziende: dalla giustizia, alle professioni. L’intervento sui processi consente poi, a cascata, di ridefinire le voci di spesa di ognuno delle voci dei costi. Secondo Eurostat la spesa pubblica corrente nel 2019 in Italia vale il 45,5% del PIL, in aumento dello 0,7% sull’anno precedente. Tuttavia, non basta dire che spendiamo troppo, la qualità del risultato non è adeguata alla spesa. Non possiamo dimenticare, infatti, che la fonte della ricchezza di una nazione è il lavoro produttivo, quello finanzia la spesa pubblica. Se non aiutiamo le imprese e le persone a creare ricchezza non ci sarà possibilità di crescita
  • Finanziare gli interventi urgenti, contingenti e strutturali con un mix di strumenti per i quali andranno approfonditi gli aspetti tecnici e legali:
    • Messi a disposizione dall’UE
    • Emettere titoli di debito nazionali, destinati al mercato italiano, esenti da tasse anche nel futuro (si faceva fino al 1986, se non sbaglio). Questi titoli devono essere finalizzati a progetti di intervento specifici, prioritariamente strutturali, con tempi certi ed obiettivi concreti e misurabili, direttamente garantiti da Banca d’Italia
    • Emettere titoli di debito regionali, anche questi esenti da tasse. Questi titoli devono essere finalizzati a progetti di intervento specifici, prioritariamente strutturali, con tempi certi ed obiettivi concreti e misurabili, direttamente garantiti dalla Regione che li emette.

Vi è un ulteriore elemento fondamentale per finanziare adeguatamente gli interventi urgenti, contingenti e strutturali: la capacità di creare fiducia nel Paese e negli investitori. 

La Fiducia è l’asset fondamentale su cui si basano le relazioni sociali, non solo l’economia. Per ricreare fiducia dobbiamo fare: decidere e realizzare, non solo parlare! È l’impegno di ciascuno di noi che renderà concrete la azioni, non il vano chiacchiericcio. Abbiamo già dimostrato che in pochi anni, nel dopoguerra, abbiamo portato l’Italia ad essere un esempio. Forse erano altri uomini? Forse era un’altra classe politica? Questa della fiducia forse è la vera priorità per la ricostruzione ed il rilancio economico dell’Italia.

Fonte: nostre considerazioni basate su uno studio della LBS.

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