Economia & Lavoro

LE DISUGUAGLIANZE

Questa stagione politica piena di incertezze riesuma vecchie battaglie buone per tutte le stagioni: una per tutte, la lotta alle disuguaglianze. Thomas Piketty torna improvvisamente alla ribalta e, con esso, una serie di soluzioni volte a debellare le disuguaglianze: la progressività fiscale, le imposte patrimoniali, ulteriori misure distorsive del libero mercato. Ma occorre fare chiarezza poiché il discorso origina da un equivoco. Che sussistano disuguaglianze crescenti è incontestabile. Non tutte sono però un problema.
Evidentemente, sono le disuguaglianze ingiuste a dover essere eliminate. Le disuguaglianze giuste, al contrario, originano da differenziali di produttività, di intraprendenza, di istruzione, di rischio, di inventiva. E sono disuguaglianze eque, che fanno bene all’economia in quanto capaci di produrre innovazione, sicurezza, redditività, efficienza. I differenziali di rendimento sono non soltanto necessari, ma auspicabili. L’ingaggio di Cristiano Ronaldo e quello di Pippo Pancaro è diseguale; tale disuguaglianza è necessaria e giusta e se tale non fosse si perderebbe l’incentivo a essere campioni. Di più, l’investimento nella scoperta e nella formazione del talento verrebbe scoraggiato.
Discorso opposto va fatto per le disuguaglianze ingiuste. Il nostro Paese ne è colmo. Tali disuguaglianze ingiuste originano da monopoli (legali o di fatto), rendite di posizione, capitalismo di relazione, corporativismo, corruzione, inefficienza burocratica, lentezza della giustizia, tutela inefficace dei diritti. Eppure, esiste un motore primo che più di ogni altra disuguaglianza ingiusta avvelena l’economia: la spesa pubblica. E, annidandosi tra le pieghe della spesa pubblica, questo veleno si manifesta nel meccanismo della redistribuzione arbitraria delle risorse. Secondo Eurostat, l’Italia destina il 60% della spesa pubblica alle pensioni e al welfare. Nonostante ciò, l’Italia è il Paese più ingiusto tra i 31 esaminati, con una percentuale di disuguaglianza ingiusta superiore al 30%, stando a una recente ricerca del centro studi Cesifo di Monaco.
Appare necessario avversare l’ingiustizia anziché la disuguaglianza. Promuovere il merito anziché la falsa uguaglianza. E’ una questione di cambio di linguaggio politico che va oltre la semplice distinzione semantica. Una volta compresa la vera natura del problema, le misure necessarie ne sono una conseguenza. In questo senso, le ricette neo-keynesiane che qualcuno invoca aggravano lo status quo. Se la volontà di combattere la disuguaglianza appare legittima – come nei fatti lo è – esiste una strada obbligata per conseguire l’obiettivo: ridurre la spesa pubblica assistenziale e riequilibrare la narrativa. La “g” nella funzione di Keynes era per la spesa pubblica in investimenti, non per la spesa sociale. Facendo un po’ di chiarezza, disciplina fiscale e austerity non sono equivalenti: il dogma del pareggio di bilancio può senza dubbio essere superato al fine di finanziare riforme strutturali, ma le negoziazioni con Bruxelles devono essere condotte da una posizione inattaccabile, e ciò significa avere i conti pubblici in ordine.
Non è possibile rimandare oltre le necessarie liberalizzazioni (dei servizi, delle professioni, del mercato del lavoro), la riforma del diritto fallimentare, porre fine ai mega concorsi per il pubblico impiego, e ideare norme per la indipendenza e professionalità dei gran “commis de l’état” che generino un’amministrazione di qualità paragonabile a quella francese di scuola Ena o quella inglese del Civil Service. Tutto questo deve essere il nuovo punto di inizio.

“Vix statui posse, utrum, quae pro se, an quae contra fratrem petiturus esset, ab senatu magi inpetrabilia forent.”

 

BEPI PEZZULLI

Categorie
Economia & Lavoro

Lascia una risposta

*

*