Economia & Lavoro

Il lavoro da casa: cosa ne pensano gli imprenditori?

A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Questo lungo periodo di reclusione e di chiusura forzata delle attività a parere di molti ci lascerà una eredità: il lavoro da casa, nuovo modo di organizzare le aziende e la vita. Ci siamo chiesti: che cosa ne pensano gli imprenditori delle piccole e medie aziende, quelli che hanno da 5 a 50 dipendenti? Abbiamo così deciso di fare un po’ di interviste e ne abbiamo sentiti 24, tra professionisti, artigiani, imprenditori della manifattura e dei servizi, di diverse fasce di età e con diversi livelli di formazione, chiedendo quali sono, dal loro punto di vista, i vantaggi e gli svantaggi.

Utilizzeremo il termine smart working solo quando è stato adoperato dagli intervistati; a noi non piace sia perché nella parola smart c’è già un velato giudizio positivo, sia perché non basta fare un po’ di telelavoro, qualche videoconferenza o partecipare ad un gruppo su WhatsApp per parlare di lavoro smart. Le parole, lo sappiamo bene, spesso sono come le confezioni che servono per vendere meglio un prodotto, così dimentichiamo il significato che hanno. Articoli, post, interviste per celebrare questa “nuova” modalità di lavoro, che in passato, quando si chiamava telelavoro, non ha avuto molto successo. Che cosa ne pensano gli imprenditori?

Molto interessante la premessa di un imprenditore dei servizi che chiarisce:” questo non è smart working ma home working forzato: è una misura che rappresenta un esperimento sociale mai provato prima. Sulla esperienza attuale non ci si può fondare nessuna organizzazione futura perché la situazione è straordinaria e per l’appunto forzata”. 

Un bel punto di partenza; ha ragione, dobbiamo certamente definire meglio che cosa è e che cosa non è smart working. Magari in un altro articolo.

Come era prevedibile vi sono grandi differenze tra le aziende di servizi e quelle manifatturiere. Le prime infatti, proprio per la loro natura, hanno in genere un migliore livello di dotazioni e alcune attività o processi già informatizzati. In qualche caso gli imprenditori affermano che teoricamente si possa estendere il lavoro da casa alla quasi totalità dei dipendenti, anche se è sentita l’esigenza di mantenere un elevato livello di continuità nel lavoro in azienda. Al contrario gli imprenditori della manifattura, per la natura stessa delle loro aziende, ritengono che solo poche funzioni come l’amministrazione, il centralino e la gestione della comunicazione e dell’e-commerce possano usufruire del lavoro da casa. Entriamo nel merito.

vantaggi di una estensione del lavoro a distanza per gli imprenditori sono: migliore utilizzo degli spazi aziendali e minori costi di gestione. 

Tre degli intervistati si aspettano un qualche miglioramento delle prestazioni dovuto alla maggior flessibilità ed al minore stress dei dipendenti per gli spostamenti, o pensano che ci sia maggiore facilità nella gestione delle risorse umane e delle mense aziendali. Qualcuno segnala anche la possibilità che si riducano le tensioni tra colleghi, anche se è diffusa l’idea che il lavoro da casa possa favorire i “furbetti”.  Solo uno degli intervistati scommette fideisticamente sul miglioramento della produttività, mentre la maggior parte sottolinea che dovranno essere definite nuove regole per la gestione dei rapporti di lavoro. “lo Smart working può funzionare – dice un imprenditore dei servizi – ma solo se vengono dati obiettivi ben definiti e in ogni caso non può essere totalmente sostitutivo dell’attività tradizionale”C’è infine chi è possibilista e pur temendo la perdita del contatto diretto, i cali di produttività nel tempo ed i rischi tecnologici (riservatezza dei dati, controllo del lavoro, ecc), ritiene che siano svantaggi rimediabili mediante la costruzione di un’organizzazione che ruota, per alcune sue parti, attorno al lavoro da casa come elemento base.

Per quanto riguarda invece gli svantaggi quasi tutti gli imprenditori hanno messo in evidenza gli stessi aspetti: dal “poco controllo del lavoro svolto, anche in termini di qualità”, all’ impossibilita di gestire un lavoro di squadra in quanto, anche se ognuno fa la sua parte, a è difficile il coordinamento. Il rapporto interpersonale infatti consente maggiore rapidità nel risolvere un problema e la comunicazione diretta rende più coesa e più efficiente l’organizzazione.

Praticamente tutti sottolineano in maniera più o meno accentuata che, mancando il confronto continuo ed il rapporto diretto con i colleghi, si perda in efficacia del lavoro e la motivazione si riduca. 

Una critica importante al lavoro da casa è la perdita delle relazioni sociali. Lavorando con altri, condividendo gli spazi, non solo si crea gruppo, ma si condivide una cultura ed una visione comune, al contrario lavorando da soli si tende a diventare più individualisti. Un’imprenditrice ha detto:” nel mio lavoro, editoria specializzata, quasi tutte le mansioni possono essere svolte in smart working: completamente, anche se con qualche disagio se in modo continuativo; giornalisti, grafici, traduttori, centralino, ufficio traffico, account, ma nel mondo dei media dove la ricerca, l’osservazione sul campo e le relazioni sono fondamentali, non può sostituire il lavoro fatto di persona. Per fortuna niente e nessuno potrà mai sostituire il contatto umano. Ritengo, per la nostra esperienza, che lo smart working uno o massimo due giorni a settimana possa essere anche funzionale, oltre sia un problema per l’azienda ma anche per la persona stessa che non sarebbe stimolata e al passo.”

Un altro imprenditore mette in evidenza un altro aspetto interessante del problema: la possibilità per i collaboratori di lavorare da casa con la giusta concentrazione: “in periodo coronavirus, alcuni lavoratori hanno preferito andare in ufficio, dove disponevano di spazi adeguati. A casa propria, i propri famigliari (mogli, mariti, figli) rendono difficile la concentrazione ed il raggiungimento dei traguardi prefissati”.

La maggioranza si esprime in modo cauto, tuttavia vi è anche chi ha una visione decisamente contraria: “lo Smart working non dà nessuno vantaggio, un dipendente deve vivere l’azienda a 360 gradi, può essere uno strumento temporaneo da usare per andare incontro a specifiche esigenze del dipendente (vedi gravidanza, figli, ecc) ma non è un modus che vedo come la normalità di lavoro”. O ancora chi dice che “Lo Smart working può andar bene solo per quei lavori avulsi da qualunque interazione e da qualunque motivazione lavorativa. Ad esempio, potrebbe funzionare per un data entry che deve inserire dati in modo automatico e senza sapere perché lo sta facendo, senza nessuna necessità di integrarsi con l’azienda”.

Che il tema sia da approfondire non c’è dubbio. Sono anni che gli HR e gli esperti del lavoro ci parlano di fare squadra, di team building, fanno analisi di clima, sottolineano che la maggiore complessità richiede contesto e relazioni per competere con successo, ed ora…ciascuno a casa sua è meglio!

Ci sono poi problemi sui quali la riflessione è indispensabile: come avverrà l’introduzione dei nuovi collaboratori in azienda? L’affiancamento con un collega esperto e l’inserimento in un gruppo sono sempre state le modalità migliori. Questo riguarderà in particolare i giovani che escono dalla scuola con una formazione troppo spesso teorica, ma non solo.

Chi ha lavorato da casa in questo periodo ha scoperto che le piattaforme non sono tutte uguali, e che per lavorare e non solo fare chat lo smartphone non va bene, serve un computer (aziendale per tutelare le informazioni), ma soprattutto che la qualità della connessione, anche nelle grandi città, è un fattore determinante. 

Per rendere utilizzabile il lavoro da casa o per attivare un vero smart working evitando la precarizzazione, prima di tutto occorre un apposito contratto diverso da quello di lavoro subordinato. È necessario un profondo cambiamento culturale da parte dei lavoratori e delle imprese: si passa infatti da una cessione del tempo e delle competenze a fronte di una retribuzione, ad un rapporto nel quale la prestazione deve essere valutata e ricompensata sia dal punto di vista economico che da quello dello sviluppo di carriera sulla base di obiettivi e risultati misurabili.

Di Antonio Catalani, Centro Studi Tra Il Dire e Il Fare

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