Economia & Lavoro

Il futuro è nero!

A cura del Centro Studi dell’Associazione Tra Il Dire e Il Fare

Perdita di ricavi del 30%, impossibile da calcolare la perdita di posti di lavoro.

Ristoranti, bar, gelaterie, parrucchieri, estetiste e palestre saranno gli ultimi ad aprire e, forse, sono quelli che rischiano di più, prima di tutto per la loro natura di microimprese o di piccolissime aziende. Quanti di loro riusciranno a sopravvivere? Come stanno affrontando la confusione attuale di norme annunciate, ma non formalizzate, giusto per fare chiarezza. Di esperti in tutto che non riescono a partorire 10 regole comprensibile per spiegare a quali condizioni si può ricominciare a lavorare?

Sono moltissimi, rappresentano una grande parte di quella classe media italiana che con le sue attività nutre in maniera non marginale il bilancio dello Stato. A volte hanno una storia come imprese di famiglia o sono persone che hanno inventato un modo per vivere che, coniugando passione ed imprenditorialità, investendo in proprio ed assumendo persone, gli consente di vivere del loro lavoro. Hanno scelto orgogliosamente, spesso hanno seguito un sogno coltivato per anni, lavorano ben al di là degli orari sindacali, senza alcuna tutela, che si ammalino o che arrivi il corona virus. Oggi sono preoccupati non solo per il presente e per la prossima fase di riapertura dopo tre mesi di chiusura forzata, ma ancora di più per il loro futuro a rischio di indigenza, ma anche per il futuro dei loro dipendenti. Ylenia, parrucchiera ha sintetizzato la situazione sua e di tanti altri così: “la situazione è davvero critica, il futuro lo vedo nero!” 

Se fino a ieri l’Italia si divideva in garantiti e preoccupati, già oggi si vede crescere a vista d’occhio un terzo gruppo: gli italiani disperati! Potrebbe essere uno sconvolgimento drammatico dell’architettura e della composizione della nostra società con conseguenze economiche, sociali e politiche imprevedibili.

All’interno di queste categorie che è previsto aprano a giugno ne abbiamo intervistati ventuno, dai 2 ai 70 dipendenti, con uno o più locali, proprio per capire qual è la loro condizione attuale e come vedono il loro futuro. 

Hanno reagito con grande disciplina e senso del dovere alla chiusura imposta, ed all’inizio non tutti hanno sentito il morso delle drammatiche conseguenze che potevano derivare da questa situazione. Hanno chiesto ai proprietari dei locali di fargli uno sconto temporaneo sull’affitto, e alcuni l’hanno ottenuto; hanno messo in cassa integrazione i dipendenti (la grande maggioranza lamenta che a fine aprile nessuno aveva ricevuto i soldi) e poi hanno cominciato a vivere questa nuova condizione da reclusi fatta di televisione, chat, incertezza, notti insonni e pensieri.  Con il passare dei giorni, con l’aggravarsi della situazione e con la confusione generata dalle indicazioni degli esperti e dalle norme, attraverso il confronto con i colleghi, è emersa la percezione di un disastro. 

Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori come si stanno preparando alla riapertura del 1° giugno, che cosa prevedono per la loro attività quest’anno e come vedono il futuro del loro lavoro.

Prima di tutto è emerso che una parte dei nostri interlocutori condiziona la possibilità di riapertura alla definizione precisa dei protocolli sanitari, delle regole e dei supporti finanziari (quanto e quando) che saranno resi disponibili. Un ristoratore ci ha detto: “se chiederanno la distanza tra i tavoli di 2 metri, l’aria condizionata spenta, i divisori tra i tavoli, di conseguenza la riduzione di due terzi del numero di coperti e l’abolizione del menu su carta, non ci saranno le condizioni per aprire. Sarebbe indispensabile almeno una moratoria per le tasse per il 2020, cancellarle, non rimandarle, ed agevolazioni di tutti i tipi: affitti, utenze, e poi aiuti concreti per sopportare i maggiori costi dovuti a questa situazione.”

Chi conta invece sulla riapertura si divide grossomodo in due gruppi: quelli che aspettano le normative per valutare e capire, un titolare di palestra ha detto: “non mi sto preparando finché non sappiamo tempi e protocolli, quando è tutto chiaro ci rivolgeremo ai nostri fornitori per i presidi necessari e per le sanificazioni”. Ed ancora una parrucchiera estetista dice: “siamo stati dimenticati e non solo la mia categoria. Con tutta la confusione che c’è, con le continue anticipazioni, spesso contraddittorie, non spendo soldi se prima non pubblicano ufficialmente le regole. C’è un caos totale, voci di ogni tipo, solo ipotesi”.

Un altro gruppo ha invece già idee su come riaprire, anche se ogni tipo di attività ha le sue problematiche specifiche e si orienta di conseguenza. A parte i ristoratori che per primi sono riusciti ad attivare il delivery e l’asporto, che certo non bastano per sopravvivere, ma hanno consentito di tenere accese le macchine, gli altri fanno affidamento per la riapertura su suggerimenti degli esperti del settore, (spesso fornitori) o su indicazioni fornite dalle associazioni di categoria. Altri ancora si basano su chat con gruppi di colleghi o su quello che hanno sentito dire in televisione. Una parrucchiera ci ha detto: ”una cosa è certa: avremo un sacco di spese ancora prima di riuscire a riaprire

Le previsioni di ricavi per il 2020 nell’opinione dei nostri interlocutori vanno da una perdita del 50% al 70%, non solo a causa dei tre mesi di chiusura, dei maggiori costi e dei minori ricavi legati alle nuove regole, dell’innegabile percezione di un forte impoverimento dei clienti, ma anche perché nessuno si aspetta, neanche i pochi ottimisti, che le persone escano rapidamente da questa situazione. Un ristoratore si chiede. ”apriremo le nostre porte, apparecchieremo tutto secondo le nuove norme, seguiremo tutte le procedure, ma i clienti verranno? Avranno fiducia?”

Il centro studi di Unimpresa stima che a giugno il 30% delle attività legate al commercio ed alla ristorazione non riaprirà e di conseguenza si allargherà moltissimo la platea dei disoccupati aggravando una crisi sociale già percepibile.

Le condizioni necessarie per far sopravvivere le loro attività sono legate ad alcuni punti sostanzialmente uguali per tutti: chiarezza sulle regole di funzionamento delle loro attività, possibilità di proseguire con la cassa integrazione per i dipendenti, cancellazione degli adempimenti fiscali per il 2020, apporto di liquidità a fondo perduto pari almeno ai costi che devono sostenere per rispettare le nuove norme, semplificazione degli adempimenti burocratici e possibilità di ottenere dalle banche finanziamenti a tassi agevolati con tempi di restituzione lunghi. Senza queste condizioni la soluzione per tutti gli intervistati è il licenziamento del personale ed il rischio di chiusura entro la fine dell’anno diventa molto elevato. Se si considera poi l’impatto drammatico sul turismo, l’impatto sul PIL e sulle finanze pubbliche è difficile da immaginare e le conseguenze non sono prevedibili: potrebbe innescarsi una reazione che coinvolgerebbe una grandissima parte della popolazione, compresi forse anche alcuni dei garantiti. 

C’è un altro aspetto che ci preme sottolineare: i numeri sono aridi, non raccontano la realtà delle persone. Quelle chiusure non sono solo saracinesche che probabilmente rimarranno chiuse a lungo, o soldi investiti che nessuno recupererà, sono delusioni, frustrazione, famiglie impoverite, ma anche facce tristi, notti insonni, malattie (pochi stanno sottolineando che all’impoverimento corrisponde un aumento delle malattie ed una minore attenzione alla salute), minore investimento sulla formazione dei figli, minore natalità, qualcosa insomma che se consideriamo le persone e non i numeri provoca brividi. 

Chi ha la possibilità di trovare soluzioni deve guardare in faccia queste persone, non solo i numeri. 

Autore: Antonio Catalani

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