Economia & Lavoro

La crisi, capro espiatorio di una classe dirigente inadeguata

L’errore più grande compiuto dalla classe dirigente italiana nell’ultimo decennio è stato il grande equivoco sulla crisi. Si è pensato per ingenuità, per incapacità di saper riconoscere ed interpretare i fatti, per improvvida presunzione o forse per un mix di queste cause, che la crisi economica iniziata ormai quasi dieci anni fa fosse una sorta di epidemia proveniente dall’estero accelerata ed amplificata da fattori catalizzanti tipici del nostro tempo, a partire dalla globalizzazione. Una sorta di pestilenza dalle radici oscure e lontane, alla quale resistere in attesa di tempi migliori. Nel frattempo migliaia di imprese, alcune anche storiche e parte di un patrimonio unico al mondo, hanno chiuso i battenti e la disoccupazione, specialmente quella giovanile, è arrivata a livelli mai toccati nella storia d’Italia. I caduti sul campo sono sotto gli occhi di tutti, a partire da una profonda e radicale deindustrializzazione su tutto il territorio nazionale con gravi ripercussioni sul fronte occupazionale. Aziende chiuse e fallite hanno portato ulteriori mancate entrate per l’erario con ovvie conseguenze sul famigerato debito pubblico e una stretta ancora maggiore su investimenti e servizi innescando una spirale viziosa di austerity, vera zavorra della ripresa, a detrimento dell’economia nazionale. Una diffusa sensazione di incertezza, ansia, sfiducia e pessimismo nelle nuove generazioni ha avuto il sopravvento su entusiasmo, voglia di fare e sana ambizione di costruire un futuro migliore, semplicemente perché il futuro si ha persino paura di immaginarlo. Insomma, il volto stesso del Belpaese è cambiato, trasfigurato, intriso di contraddizioni e pervaso da dinamiche instabili e insostenibili. Troppi giovani non lavorano, quelli che lavorano in genere guadagnano molto poco mantenendo per giunta in buona parte l’equilibrio previdenziale di coloro, i meno giovani, che di fatto li aiutano e senza i quali non riuscirebbero ad arrivare a fine mese. Un tempo erano i giovani, nel pieno della propria energia produttiva ad aiutare gli anziani. Ora sono questi ultimi invece a consentire ai primi uno stile di vita dignitoso, sia direttamente mediante aiuti economici per via di stipendi sempre più bassi se non addirittura nulli nei periodi di disoccupazione, sia attraverso tutta una serie di “servizi” – in primis la cura dei nipoti in età infantile – che altrimenti graverebbero ancor più sulle già esigue possibilità delle giovani coppie. Le cose vanno al contrario di come dovrebbero, insomma.
Saltuariamente, più per fini politici e propagandistici di questo o quel governo che per amor di verità, si sbandierano ridicoli stocastici rimbalzi del PIL dello zero virgola spacciandoli per segnali di ripresa ma di fatto la situazione economica italiana è ormai un malato in coma da molto tempo e la patologia principale è legata alla mancanza di lavoro ormai cronica che ha quasi totalmente azzerato la domanda interna. Il grande equivoco è consistito nell’aver creduto si trattasse “solo” di una crisi, intendiamoci gravissima, la più grave che abbia mai colpito l’economia italiana, ma pur sempre una sciagura destinata a finire, un uragano che dopo aver fatto tanti danni avrebbe lasciato nuovamente spazio ad una graduale ripresa. Così non è stato perché non si è capito che dietro quella crisi, innegabilmente avvenuta, si celava però anche una profonda, immutabile ed irreversibile trasformazione della società contemporanea a partire dai fondamentali nella creazione del valore economico e quindi inevitabilmente nel concetto stesso di lavoro. In altri termini si è confusa la crisi economica con una vera e propria metamorfosi della società contemporanea in relazione ad un totale cambiamento della domanda di prodotti e servizi, ad una profonda trasformazione delle modalità di erogazione della loro relativa offerta, con un vero e proprio terremoto nel settore manifatturiero a causa delle nuove tecnologie ed, infine quindi ad un nuovo e completamente diverso paradigma di lavoro. È dunque proprio questo errore di interpretazione ad aver generato la crisi economica attuale. L’incapacità di una classe dirigente formata in un mondo che cambiava poco e lentamente di saper prevedere, interpretare e capire i fenomeni di un mondo che cambia troppo velocemente, è alla base degli errori, delle soluzioni sbagliate e di quelle mai approntate nel tessuto produttivo ed economico italiano. A poco valgono, qualora qualcuno avesse l’umiltà di riconoscere i propri errori, scuse e giustificazioni. Un omicidio rimane pur sempre colposo anche quando è conseguenza di una distrazione involontaria, tuttavia fatale.

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