Economia & Lavoro

Debito Pubblico e Finanza Europea, la via del risanamento

Lo scorso 27 ottobre Karsten Wendorff, economista di punta della Bundesbank responsabile per il dipartimento delle finanze pubbliche nella banca centrale tedesca, lanciò dalle colonne del Frankfurter Allgemeine Zeitung una proposta provocatoria, ma ampiamente argomentata, per ridurre il debito pubblico italiano. Si tratta di una sorta di fondo salva-Stato tutto “Made in Italy”, finanziato con il risparmio degli italiani attraverso speciali titoli di Stato di solidarietà sottoscritti forzatamente dai risparmiatori nella misura del 20% del proprio patrimonio netto: così l’Italia, attingendo alla ricchezza degli italiani, può risolvere – almeno in parte – il problema dell’elevato debito pubblico e abbassare lo spread senza aiuti esterni. L’acquisto dei bond sarebbe dunque forzato, pari al 20% del patrimonio netto, dunque non una patrimoniale o prelievo forzoso, bensì un investimento forzoso. Wendorff ha già calcolato che così facendo circa la metà del debito pubblico italiano ricadrebbe sotto l’ombrello di questo fondo. L’ipotesi, si precisa nel servizio del giornale tedesco, è a titolo personale.
La proposta di Wendorff suscita alcune perplessità nel metodo e nel merito mettendo in risalto due considerazioni. La prima è data dal fatto che ormai da troppo tempo gli occhi dei falchi di Bruxelles sono puntati sulla ricchezza privata dei cittadini italiani. Lo Stato italiano infatti ha un debito pubblico molto elevato ma anche una ricchezza privata tra le più alte al mondo. Il patrimonio netto delle famiglie italiane, calcola l’Ocse, è pari a ben 556 volte il reddito medio disponibile. Meglio di noi ci sono solo USA, Giappone, Belgio e Olanda. Elaborando i dati Bankitalia Unimpresa calcola che, a settembre 2017, la ricchezza privata delle famiglie italiane ammontava a 4290 miliardi di euro. I numeri d’altronde parlano chiaro e non potevano ancora a lungo non destare gli appetiti di quanti vorrebbero mettere le mani su un così ingente patrimonio. Infatti se l’obiettivo fosse stato esclusivamente di porre a garanzia del debito pubblico la ricchezza privata aggregata bastava semplicemente mettere a bilancio tra le passività il primo e tra le attività la seconda secondo le classiche regole del bilancio consolidato. In secondo luogo sorprende come un esponente proprio della Bundesbank inviti a ripianare del debito facendo altro debito. La ricetta dell’economista tedesco infatti avrebbe come unico effetto la variazione della nazionalità del creditore, da estero a italiano, ma certamente non produrrebbe alcuna diminuzione del debito. Una incoerenza abnorme ed inspiegabile alla luce della teutonica inflessibilità del pareggio di bilancio.
Non sarebbe neppure giusto però, ad onor del vero, liquidare la proposta di Wendorff come una boutade provocatoria poiché in fondo ha l’innegabile merito di aver aperto la pista ad una riflessione sulla questione del debito pubblico di ciascuno stato membro UE in relazione alla ricchezza accumulata e prodotta. Partendo infatti dalla proposta del Ministro Paolo Savona, che secondo Wendorff mira a scaricare sull’Europa con la richiesta di garanzie varie il debito pubblico italiano sopra il 60% del debito/PIL, si potrebbe pensare di mettere in piedi un meccanismo che renda possibile il libero acquisto di quote di aziende secondo fondi o raggruppamenti per affinità di business appartenenti a tutta l’area Euro da parte dei cittadini europei. Una piccola parte del differenziale tra i rendimenti degli investimenti azionari nelle imprese e i corrispondenti titoli di stato del proprio Paese per un predeterminato orizzonte temporale che si detengono tali quote andrebbe versata nel fondo di risanamento del debito pubblico ripartito per quote corrispondenti proprio ai Paesi con i quali si è esposti. In caso la performance azionaria delle imprese fosse inferiore alla cedola del corrispondente titolo di stato, ovvero il relativo differenziale diventasse negativo, scatterebbe automaticamente l’accesso ad un fondo di salvaguardia apposito dello Stato per ripianare parzialmente la sola differenza tra il rendimento puntuale e la cedola del corrispondente titolo di Stato. Dunque si tratterebbe di una sorta di “premio assicurativo” garantito dal Governo. In tal modo l’investitore sarebbe comunque salvaguardato poiché gli verrebbe riconosciuta la sua remunerazione a fronte di una piccola decurtazione per la riduzione del rischio d’investimento. Stessa cosa, seppur con alcune differenze soprattutto legate agli incentivi ed alle misure di defiscalizzazione, potrebbe essere attuata mediante un differenziale tra obbligazioni di imprese e corrispondenti titoli di stato.
Ad esempio un cittadino italiano, salvando ed integrando l’impianto già in atto per i CIR con le conseguenti agevolazioni in termini di deducibilità fiscale e detraibilità sulla base imponibile, potrebbe essere incentivato – e NON obbligato come vorrebbe il tedesco Wendorff – ad investire in titoli del mercato azionario tedesco ovvero comprando quote di aziende tedesche che si impegna a tenere per un intervallo di tempo preventivamente concordato. Una parte della differenza tra il dividendo incassato e la cedola relativa al rendimento del titolo di Stato per un orizzonte temporale predeterminato andrebbe nel fondo di ripianamento del debito pubblico, in questo caso nella quota relativa alle esposizioni coi creditori tedeschi. Inoltre il risparmiatore italiano si vedrebbe comunque riconosciuto il suo guadagno dato dalla parte residua, peraltro quasi esentasse. Ciò costituisce una assicurazione win-win poiché l’impresa è comunque incentivata ad attuare delle ottime performance per sé e conseguentemente favorisce la distribuzione di ottimi dividendi. Chiaramente lo stesso discorso potrebbe essere effettuato anche a parti invertite e tra cittadini appartenenti a tutti i paesi dell’area Euro sottoscriventi accordi reciproci. Da notarsi che il graduale ripianamento del debito dovuto a questa misura diverrebbe conseguentemente uno strumento deterrente, il famoso bazooka nel cassetto, per bloccare la speculazione innescando quindi un ciclo virtuoso che raffredderebbe la febbre del famigerato Spread. Lo stesso meccanismo può essere messo in piedi con le obbligazioni tenendo però conto che in quest’ultimo caso trattasi di semplici prestiti che caratterizzano un grado di fiducia nei confronti dell’impresa (e quindi di rischio) molto più basso rispetto all’investimento in capitale perciò più bassi saranno i guadagni, minori saranno le quote e di conseguenza anche le rispettive agevolazioni fiscali.
Oltre ad avere un risvolto etico interessante poiché va ad utilizzare dei proventi speculativi per ragioni di pubblica finanza, questa proposta dimostra concretamente come credere nell’Europa non significhi solo numeri e regole ma anche sviluppo e fiducia reciproca tra gli Stati membri. Tutto ciò diviene ancora più importante alla luce degli squilibri in atto ormai da anni, dove il crescente divario tra chi possiede sempre di più e chi quasi nulla o nulla, congiuntamente alle alte percentuali di disoccupazione ed al conseguente blocco dell’ascensore sociale, ad un rallentamento generale dell’economia del vecchio continente affiancato, se non addirittura sorpassato, dalle rampanti economie emergenti di nuovi Paesi possono rappresentare un pericoloso mix, naturale premessa dell’inasprimento di tensioni sociali dagli esiti imprevedibili.

Pietro Furlan

 

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