Economia & Lavoro

DEBITO PUBBLICO, CRESCITA ECONOMICA E AFFIDABILITÀ DELLA POLITICA

Oggi l´Italia si trova in uno “stato di necessità”, con due forze politiche che stanno sacrificando molto dal lato “ideologico” per stipulare un accordo “pragmatico”. Il debito pubblico è aumentato più o meno costantemente sin dagli anni 70. L´affidabilitá della politica e la fiducia che essa ispira sono una variabile cruciale per gli investitori. Se guardiamo l´evoluzione del debito pubblico, notiamo che dagli anni´90 gli investitori hanno cominciato a chiedere impegni credibili da parte dei governi a servire il loro debito. Quando il settore privato inizia a mettere in discussione la sostenibilità fiscale della politica macroeconomica di un paese, potrebbe rivalutare le sue decisioni di spesa, ritirando gli investimenti e il consumo, poiché si aspetta un livello più elevato di tassazione in futuro. L´ascesa della cosiddetta “austerità”, come imperativo politico per alcuni paesi debitori, va vista in questo contesto.
Proseguendo ad analizzare la questione con un approccio “d´impresa”, ho esaminato molte “strategie” vincenti, ovvero politiche di riduzione e messa in sicurezza del debito pubblico. Ritengo che tre paesi presentino strategie particolarmente interessanti, dove è avvenuta una consistente riduzione del debito pubblico: Belgio, Israele e Ungheria. La ragione per cui questi tre casi sono interessanti è che, nonostante le evidenti diversità che farebbero presupporre strategie completamente differenti, i percorsi per diminuire il peso del debito presentano diversi punti in comune.
Primo: in nessuno dei tre casi le politiche di riduzione del debito sono avvenute sulla base di spinte “ideologiche”, ma sono invece dovute ad approcci economici pragmatici, adottati dai responsabili politici. Ad un certo punto della loro storia, questi paesi si sono trovati in “stato di necessità” e per varie ragioni sono stati “costretti” ad adottare nuove strategie per i conti pubblici (STRATEGIE, ripeto, non provvedimenti di urgenza modificati poco dopo).
Secondo: collegato a quanto sopra, l’analisi dei tre casi mostra che i programmi fiscali che hanno più probabilità di stabilizzare i livelli del debito sono quelli che tagliano le spese piuttosto che aumentare le tasse. I primi fanno, appunto, parte di una strategia di medio-lungo periodo, mentre i secondi sono tipicamente provvedimenti per “tamponare le falle”, non risultando sostenibili nel lungo periodo.
Terzo: in tutti e tre i paesi, si è assistito ad una radicale riduzione del peso e del ruolo pubblico nell’economia, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni. Le privatizzazioni hanno contribuito a notevoli diminuzioni delle spese con conseguenti riduzioni dei deficit di bilancio. Le liberalizzazioni in tutti i casi hanno riguardato da un lato i mercati finanziari, contribuendo a far sì che questi ultimi fornissero ai cittadini delle possibilità di rendimento, in sostituzione di una parte della redistribuzione che veniva in precedenza fornita dallo stato. Dall’altro lato le liberalizzazioni hanno reso più flessibili i mercati dei fattori produttivi (lavoro e capitale), rendendo i sistemi economici più adattabili ai cambiamenti e all’innovazione.
Il Giappone, paese con il più alto debito pubblico al mondo, è passato attraverso una grave crisi negli anni ’90 che è proseguita con una lunga stagnazione economica da cui nessun governo sembrava sapere come uscire. Tutto ciò avveniva in un contesto di tassi di interesse bassissimi, in cui una politica monetaria accomodante aveva perso qualsiasi efficacia di impulso economico ed il sistema era estremamente vulnerabile a qualsiasi minimo cambiamento fiscale (un aumento delle aliquote IVA all’inizio degli anni 2000 scatenò una nuova pesante recessione).
Le dinamiche giapponesi mostrano che alti livelli di debito pubblico incidono negativamente sull’accumulazione di capitale e produttività del lavoro, di fatto mantenendo in vita tutte le inefficienze di un sistema economico.
La storia giapponese ci mostra anni di situazioni critiche nel sistema finanziario e bancario, una continua deflazione degli assets, conti pubblici provati e una crescita sostanzialmente “finta”, drogata dalla spesa pubblica e da inflazione molto bassa; un sistema industriale poco produttivo e inefficiente e un margine di azione ridotto sui tassi di interesse. Alti livelli di debito pubblico sono causati da investimenti governativi che si sono sostituiti a quelli privati, creando inefficienza e danneggiando la crescita economica. Ecco perché appare comunque importante tenere la crescita del debito sotto controllo.
Trasferire il compito di conseguire una crescita duratura dallo stato al settore privato significa ridurre il peso del governo nell´economia e aumentare la concorrenza nei mercati controllati dai grandi monopoli, favorendo la crescita. Nei tre casi sopra esaminati, la combinazione della riduzione delle spese con la liberazione economica ha fatto sí che la discesa del debito sia stata accompagnata da una fase di crescita del PIL, che ha ulteriormente migliorato i conti e accresciuto la fiducia degli investitori. Vedremo se le attuali forze politiche sapranno sfruttare questo momento per attuare quella radicale trasformazione dell´economia italiana, o se prevarranno, ancora una volta gli interessi particolari e le rendite di posizione.

Dario Peirone
ricercatore di economia e gestione delle imprese
idoneo seconda fascia
Università degli Studi di Torino

Riassunto articolo pubblicato su Logos rivista politico – culturale.

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