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La povertà educativa

Siamo abituati a dare per scontati alcuni diritti inalienabili che lo Stato costituzionale garantisce a ogni cittadino eppure talvolta, nonostante la disponibilità del servizio pubblico, non tutti riescono ugualmente a fruirlo. È il caso della cosiddetta “povertà educativa”, nozione introdotta da alcuni economisti americani a fine anni Novanta per analizzare la miseria come un fenomeno multidimensionale che inerisce a più fattori, alcuni di natura non economica.
Sebbene il Diritto all’istruzione non solo sia universale, ma anche un obbligo per tutti i minorenni italiani, non tutti tra i più giovani ne giovano allo stesso modo. È fin troppo evidente che i bambini provenienti da famiglie disagiate e da realtà problematiche, siano svantaggiati rispetto ai compagni di classe cresciuti da genitori in possesso almeno di un titolo di studio che li abbiano stimolati alla lettura e all’apprendimento. In fondo la scuola pubblica – che al può al massimo impegnare metà del tempo degli alunni – non sostituisce la famiglia nell’educazione, semmai la può coadiuvare, mentre il suo scopo preposto è quello dell’istruzione; ovvero nella preparazione dei giovanissimi in determinate materie oggetto di verifica. Infondo anche la semplice dislocazione degli istituti scolastici, sebbene nel rispetto dell’uguaglianza e con il medesimo programma di studi, rispecchia le differenze socio-economiche delle famiglie: nei centri storici si trovano infatti i migliori licei, dove c’è indubbiamente una discreta omogeneità delle condizioni di partenza degli studenti, mentre nelle periferie e soprattutto nei quartieri multietnici e popolari, si concentrano le classi più problematiche e gli alunni più difficili. Anche il semplice costo dell’”equipaggiamento necessario” – libri di testo, quaderni, vocabolari, ecc. – è fin troppo oneroso per dei nuclei familiari indigenti.
Il Governo recentemente ha preso atto del fenomeno, stanziando per la prima volta 120 milioni nella passata legge di stabilità, per finanziare diversi progetti atti a combattere la dispersione e l’abbandono scolastico. In Italia secondo l’Istat sono ben 1 milione e 292mila i bambini in povertà assoluta (1 minore su 8) e almeno 2 milioni e 297mila quelli in povertà relativa (circa il 22,3% del totale). La prima ONG a occuparsi di questo problema è stata Save the Children che, già dal dicembre 2016, ha aperto numerosi Punti Luce e Fuori Classe nella penisola. Discutendo con Federica Carelli, responsabile della sede di Bari, cerchiamo di comprendere meglio il fenomeno e le attività messe in atto per arginarlo.
La povertà educativa è distribuita omogeneamente in Italia?
Innegabilmente il fenomeno è più accentuato nel meridione; specialmente la dispersione scolastica che avviene durante gli anni dell’obbligo scolastico. Infatti, sia i Punti Luce che i Fuori Classe sono più numerosi nel sud Italia.
Come definiresti i Punti Luce?
I Punti Luce sono degli spazi ad alta densità educativa, dove gli alunni possono accedere a diverse attività educative e ricreative. La differenza tra i Punti Luce e i Fuori Classe è che nei primi non viene richiesta la presenza solo dell’alunno ma anche del genitore, in modo che entrambi imparino a svolgere i “compiti a casa”; i Fuori Classe invece si svolgono all’interno delle stesse aule e sono più un accompagnamento allo studio; inoltre ricoprono anche la funzione di orientamento al termine del ciclo di studi. Nel mio caso poi i miei alunni provengono già da una “scuola senza zaino”.
Che significa?
Alcune istituti secondari, consapevoli delle difficoltà “ambientali”, prevedono già il maggior carico di lavoro in classe, lasciando meno compiti da svolgere a casa.
In base alla tua esperienza, quali sono le caratteristiche che identificano un alunno in povertà educativa e come si accede al “servizio”?
Per esempio in uno studente che durante l’anno accumula tante assenze. Fondamentalmente si può riassumere nella mancanza di voglia di studiare non tanto per svogliatezza, ma proprio perché non gli importa nulla di studiare. Lo studio per loro non rappresenta un “valore” ma è visto come una mera perdita di tempo. Questo ovviamente riflette l’opinione della sua famiglia. Noi riceviamo delle segnalazioni da parte degli insegnanti e inseriamo l’alunno nel programma. Ci possono essere anche delle auto-candidature che vengono accettate solo se ci sono dei posti disponibili.
Quali attività svolgete durante queste ore?
Sostanzialmente di accompagnamento allo studio. Cerchiamo di insegnarli un metodo di studio che permetta loro di ottenere dei progressi a scuola. Inoltre puntiamo molto sulla socializzazione, in modo che imparino a interagire con gli altri e a interessarsi degli stimoli che giungono dall’esterno.
Come misurate gli effetti del vostro lavoro?
Sicuramente tramite la loro soddisfazione: tutti sono contenti di migliorare e questo è un motivo di orgoglio per loro e, anche, per noi. Inoltre i volontari compilano dei feedbook con dei report settimanali sulle attività svolte; mentre ogni due mesi sono redatti dei report come resoconto della situazione di partenza, i progressi ottenuti e la loro evoluzione.

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