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Il ragazzo che vuole salvare l’Oceano

La ong Ocean Cleanup ha finalmente fatto salpare la prima macchina per ripulire l’oceano dalle gigantesche “isole di plastica” che lo inquinano. Si stima che vi siano ben più di cinque trilioni di pezzi di plastica dispersi nei mari e il loro numero non fa che aumentare, devastando l’ecosistema e contaminando l’intera catena alimentare. Ogni studio che è stato condotto sulla più grande – la Great Pacific Garbage Patch – ha, infatti, rivelato come l’isola contenga più di sedici volte la plastica calcolata nei precedenti studi e che la sua dimensione si espanda in maniera esponenziale.
Ocean Cleanup è stata fondata cinque anni fa da Boyan Slat, allora diciannovenne studente d’ingegneria aerospaziale, e finanziata grazie a una raccolta fondi mondiale. Il giovane olandese ha progettato una macchina – la Ocean Array Cleanup – che, sfruttando le correnti oceaniche, raccoglie i rifiuti plastici. Il funzionamento è alquanto semplice: composta da una serie di barriere galleggianti che si muovono con le onde – le stesse che hanno convogliato i rifiuti in quelle cinque specifiche aree, formando le “isole di plastica” – della lunghezza di due chilometri, la macchina spinge la plastica verso il centro dove c’è una sorta di imbuto meccanico alimentato a pannelli solari. Una volta al mese una nave si recherà a prelevare la spazzatura raccolta per lo smaltimento. Alcuni brand come l’Adidas hanno già dato la loro disponibilità a utilizzare la plastica così recuperata per riciclarla nei loro prodotti, finanziando così l’espansione del progetto.
L’idea è di testare il corretto funzionamento della Ocean Array Cleanup sull’isola attualmente più grande dell’oceano Pacifico, tra la California e le Hawaii – la cui dimensione è maggiore di quelle di Spagna, Francia e Germania messe insieme – e composta da almeno 79mila tonnellate di plastica. Il grave problema di queste immense masse galleggianti presenti, oltre che nel Pacifico, anche nell’Oceano Atlantico, in quello Indiano e nei Mari del Sud, è che i rifiuti plastici, esposti all’azione del sole e della salsedine, si trasformano in microdetriti contaminando l’acqua e quindi tutta la fauna marina. Quindi, oltre a uccidere direttamente pesci, balene, delfini e foche che rimangono incastrate dai detriti, contribuisce a farli ammalare tramite l’ingestione della plastica che, a sua volta, risalendo la catena alimentare finisce sui piatti dell’uomo.
La ong si pone l’obiettivo di installare sessanta piattaforme galleggianti entro il 2020 e di dimezzare entro cinque anni l’ampiezza di queste “isole di plastica”. Le previsioni dei modelli matematici prevedono di smaltire 5mila chili di plastica durante il primo mese di funzionamento. Se il progetto confermerà le previsioni e vengano applicate in tutto il mondo delle norme per limitare non solo l’immissione di questi rifiuti in mare – si stima che l’80% dei rifiuti provenga da soli 8 grandi foci di fiumi – ma anche con l’abbandono progressivo dell’utilizzo della plastica per imballaggi e sul massiccio uso del riciclo; si potrebbe avere un oceano libero dalla plastica entro il 2050.
«La pulizia degli oceani del mondo è dietro l’angolo» ha dichiarato con entusiasmo Slat, salutando la partenza della prima macchina. E speriamo tutti che abbia ragione.

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