Arte & Cultura

DOGMAN

Le facce e i luoghi sono quello che più rimane impresso del film di Matteo Garrone; volti tipicamente borgatari e degradate periferie (post)urbane. È qui che si dipana la tragica vicenda di Dogman, liberamente ispirata al terribile fatto di cronaca nera che sconvolse l’opinione pubblica italiana sul finire degli anni Ottanta. Pietro De Negri, il “canaro” della Magliana, uccide Giancarlo Ricci, ex-amico ed ex-pugile violento, trasformandosi da vittima a feroce aguzzino. Le similitudini si fermano qui: c’è la droga, la micro-criminalità, le angherie che questa “testa calda” – magistralmente interpretata da Edoardo Pesce (Simone) – fa patire a tutto il quartiere, fino allo scontato esito; ma manca la tortura, l’accanimento e la morbosità che infarcirono gli articoli dell’epoca. Anche l’azione viene temporalmente posposta – c’è già l’euro – e dislocata in una “terra di nessuno” più simile a Ostia che al famigerato quartiere di Roma.
Garrone per mezzo di una regia scarna e leggera, alterna primi e primissimi piani a campi lunghi che inquadrano i relitti postindustriali – umani e non – che si muovono nella misera borgata; come per distaccare lo spettatore dalla troppa vicinanza a un mondo fondamentalmente estraneo con dei codici propri.
Lo spiazzo antistante al negozio per cani di Marcello (prova superlativa di Marcello Fonte, giustamente premiato a Cannes) è il catalizzatore dell’azione, come in Reality lo era la piazza dove il protagonista aveva la pescheria. La piazza come luogo simbolo dove tutti passano, si conoscono e si salutano; attorno a essa, come in un accurato diorama, c’è la bottega del cambio oro; la trattoria dove si va a pranzare tutti i giorni e, pochi metri più in là, la sala con le slot. Qui si racchiude tutto l’universo dei personaggi che vivono una quotidianità fatta di cucina popolare, partite a calcetto, bianchini e, qualche volta il brivido trasgressivo di una pista di coca all’interno del negozio, quando la serranda è abbassata.
Marcello – come i suoi vicini Franco e Francesco – è solo un “buon miserabile” che vive la sua esistenza monotona e semplice senza alcuna aspettativa o ambizione per il futuro, ma con dignità e rispetto; gli basta l’amore smisurato che prova per i cani e verso la piccola figlia; l’essere benvoluto dagli abitanti del quartiere. Ma l’amicizia “forzata” con Simone presto gli farà perdere tutto e dalla disperazione, ma anche dal risentimento che prova a causa dell’ingiustizia subita, matura una singolare vendetta, che culminerà nell’omicidio dell’ex pugile.
La bravura del regista è di donare un’umanità, per quanto anormale e deforme, a tutti i personaggi della pellicola: dal violento bullo di quartiere cocainomane – nient’altro che un prepotente bambinone che scorrazza avanti e indietro con la sua motocicletta rossa – al fragile e timido Marcello che, nonostante le brutte abitudini e gli occasionali furtarelli, rimane una brava persona in un contesto degradato. Ed è proprio questo il retrogusto amaro della vicenda: un mondo alienato, dove la modernità stessa è sostanzialmente assente quanto la Legge. Nessuno interviene per frenare i reati e gli abusi di Simone, tanto che gli stessi commercianti esasperati pensano addirittura di ingaggiare un altro balordo per farlo fuori, ma non ce ne sarà bisogno perché come dice il titolare del cambio oro: “prima o poi ci penserà qualcuno”; senza immaginare che sarà proprio il minuto Marcello. Lui, in fondo lo fa per loro: credendo di riabilitarsi ai loro occhi; di riconquistare così la loro benevolenza e la dignità che l’ex-pugile gli ha strappato di dosso con la forza.

Categorie
Arte & Cultura

Lascia una risposta

*

*